Sembra che sia vero: quando si insiste in modo ossessivo su un concetto, su una pratica, su un sapere, significa che quel sapere o quel concetto è in crisi. Significa che ci sta scappando di mano. Gli ultimi anni sono ormai ossessivamente concentrati sull’idea di narrazione. Tutto deve essere narrazione. È narrazione qualsiasi lavoro, qualsiasi esperienza, è narrazione la vita quotidiana, è narrazione l’amore, la passione, l’emozione. Raccontare e raccontarsi è il punto di partenza di qualsiasi felicità, è il motore di ogni successo. Non avere narrazioni vuol dire essere poveri di tutto. Anche coloro che fanno mestieri per nulla narrativi come gli economisti, come i matematici, come i musicisti, subordinano tutto al racconto, alla narrazione. Le vite sono format, racconti, palinsesti, programmi. Ogni cosa che accade può essere raccontata, spiegata, resa efficace dall’arte del racconto.

Ma non è mai stato così poco vero come in questi anni. Le narrazioni si sono sbriciolate, frantumate in polvere di vetro. La mente multimediale, se ancora significa qualcosa questo termine, non è più in grado di pensare in termini narrativi continui e coerenti. Nei giorni scorsi i giornali e siti italiani riportavano quanto accadeva sul palco dell’Ariston di Sanremo. Scambiando il festival della canzone per una serie televisiva di poche puntate. Dando una lettura continua a qualcosa che non ha alcuna coerenza.

I programmi televisivi sono continuamente interrotti da altri strumenti narrativi che intervengono e si intrecciano tra loro. La gente guarda la televisione e passa da un programma all’altro. Sta cinque minuti su una partita di calcio, torna all’Ariston, e nel frattempo controlla quello che si dice di quanto sta vedendo sui social network. Prova a commentare perché il commento oggi è un modo per rendere coerente quello che coerente non è. Si commenta quello che si vede provando a mettere dei fili narrativi laddove non si riescono a trovare. Lo fanno primi fra tutti i critici televisivi, lo fanno gli spettatori che non hanno uno spettacolo ma flussi di immagini e parole che non obbediscono a regole precise.

L’ossessione per la narrazione, per le storie, è figlia di questo smarrimento. Di questo universo frantumato. Agli albori della televisione c’erano i programmi e c’erano i canali. Un programma era qualcosa di coerente, ed era molto meglio vederlo dall’inizio per capire cosa stesse accadendo. Cominciare a guardarlo da metà non era una buona cosa. Cambiare canale era cambiare universo. Erano mondi che non si toccavano. Le manopole analogiche facevano click per passare dal primo al secondo, ed era un’altra storia. Poi il telecomando permise lo zapping, termine degli anni Ottanta che significava modernità. Poi è arrivato il web che ripete, ripropone quel che si è visto, e permette di parlarne su livelli diversi. Le serie hanno permesso di entrare nel tempo narrativo da qualsiasi momento lo si voglia. E lo spacchettamento dei programmi, ritrovabili su YouTube quasi in tempo reale hanno consentito a tutti di scegliere in che punto essere spettatori e in quale altro non esserlo più.

Non c’è più tempo per storie coerenti. Come non c’è più tempo per le narrazioni. Le immagini non raccontano, semmai suggestionano, i programmi non sono più programmi, sono deprogrammati. La soglia di attenzione è breve. Il web fa il resto. Si possono persino fermare i programmi per riavviarli pochi minuti dopo essere tornati dalla cucina a bere un bicchiere d’acqua. E persino fermare l’informazione mentre accade.

I veri palinsesti non esistono più. Le storie valgono niente. E le narrazioni sono soltanto un tic nevrotico di un mondo di istanti sommati. Ma domandarsi ancora cosa sia un programma televisivo, se sia andato bene, se l’audience era soddisfacente è un vecchio romanzo d’appendice ormai illeggibile. Come si sarebbe detto un tempo: non c’è più niente da raccontare e la televisione è morta, e proprio per questo non si è parlato mai così tanto di televisione e di narrazioni come in questi anni.

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