Pochi giorni fa Carlo Ginzburg, in una conferenza tenuta a Rimini a proposito del suo libro Paura, reverenza, terrore (Adelphi) ha ricordato che «per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco». Visto che siamo sommersi di immagini, di schermi, di pagine di giornali, di dispositivi e computer che, frontalmente, vogliono sedurci e catturare la nostra attenzione, spesso per venderci qualcosa.

Ginzburg è un attento lettore di immagini e di opere d’arte. È uno storico che ama capovolgere il punto di vista comune per arrivare più a fondo alle cose. È una virtù anche di Salvatore Settis, archeologo, storico dell’arte, che in una sua recente intervista si è detto preoccupato dall’osessione contemporanea per le competenze. Dal fatto cioè che tutti badano a crearsi competenze e nessuno si cura delle conoscenze. La nostra scuola, le università, si stanno sempre più pragmatizzando, e nelle competenze vedono l’unica possibilità di capire il mondo perché l’applicabilità e la praticità sono qualcosa di irrinunciabile, sono la modernità. Per cui vince chi ha competenze e perde chi ha semplicemente delle conoscenze. Vince chi sa guardare frontalmente e invece si smarrisce chi cerca una visione di sbieco, un punto di vista laterale.

Le due cose sono molto interessanti. Il web è un luogo dove coesistono competenze e conoscenze. Ma le conoscenze sono inaccessibili e irriconoscibili, mentre le competenze invecchiano tanto rapidamente da essere inutili e inservibili. Anzi, appena si raggiunge una competenza in qualcosa a quel punto non ha più un significato perché è già vecchia. Prendiamo come esempio la pagina base del web, quella da cui passano tutti, quella di Google. Ovviamente digitiamo l’indirizzo di google quando cerchiamo qualcosa. E per poter cercare qualcosa dobbiamo conoscere, ovvero sapere cosa cercare. La conoscenza è tutta in quel rettangolo dove ci è richiesto di scrivere le parole che servono a cercare le cose che vogliamo sapere.

Ma quello che avviene appena dopo aver cliccato il tasto “cerca” rientra nella sfera delle competenze. E francamente ci interessa poco. È un affare per ingegneri ed esperti di algoritmi di google. Nessuno si chiede con che procedimento sono fabbricati gli scacchi in legno con cui giochiamo una partita. E se qualcuno sapesse nei minimi dettagli come vengono tagliati, passati al tornio, colorati e lucidati avrebbe delle competenze che non hanno nulla a che fare con le regole degli scacchi. E non gli servirebbero certo a vincere un torneo.

Viviamo in un mondo dove vengono richieste di continuo competenze inservibili. C’è ancora gente che nei curriculum scrive: «buon utilizzo di Office». Come si faceva negli anni Novanta. Dimenticando che quelle competenze non hanno una particolare rilevanza.

Ma il dramma è che non interessano a nessuno neppure le conoscenze. Quelle che ti servono a capire che (tornando all’esempio della nostra finestra di Google) se digiti la parola “Miele” perché vuoi sapere di più sulla operosità delle api, e ti appare il risultato di qualcuno che ti vuole vendere una lavatrice, sai capire che le api non si sono messe a fabbricare elettrodomestici.

Queste conoscenze aiutano a supplire a competenze incerte, quelle di chi ancora non ha trovato la formula che distingue un prodotto della natura da un’industria di lavatrici. Ma a furia di considerare le conoscenze come qualcosa di inservibile, di vecchio, di poco pratico e le competenze come il nostro unico modo di essere coerenti con il futuro, con la rivincità della praticità, restiamo in una terra di mezzo. Quella di chi non sa più riconoscere i saperi e interpretarli, e allo stesso tempo di chi non sa cosa farsene delle competenze, perché cambiano di continuo e sono soltanto tecniche che si aggiornano. Allora ha ragione Carlo Ginzburg: guardare di sbieco è il modo più giusto, sempre che si riesca a capire cosa valga la pena di guardare di sbieco e cosa invece no.

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