Sul web esistono molti siti di citazioni da grandi autori. Sono una miniera di possibilità per aggiungere dettagli, raccontarsi, definirsi sui social. Sono frasi come abiti da portare con disinvoltura: basta trovare il modello o la taglia giusta. E sono dei veri e propri processi identitari che partono dall’idea che la citazione è esplicativa, emblematica, e mostra in sintesi la propria essenza, il proprio stare nel mondo. È importante che ci rispecchi, che dica cosa siamo senza che spieghi troppo quello che siamo.

Il mondo digitale è dominato dalle scritture, ed è dominato dalle citazioni. Il mondo analogico della nostra quotidianità è invece stremato da narrazioni e da eventi, da racconti e da identità. Su Google è un florilegio di blogger che spiegano come colpire e interessare il pubblico, i followers, i potenziali amici, i clienti. In questa necessità di definirsi si parte dai dettagli e ai dettagli si resta. L’esempio tipico è di questo genere: «Calza il 42, ha un poster di Bob Marley dal 1973, ama i gatti, resta convinto che la giovinezza è una condizione dell’anima e il calcio una religione imperfetta».

In questa inflazione di micro identità, in questo fare del dettaglio una filosofia di vita c’è il senso dello smarrimento di questi anni. Non conta dove sei nato, dove hai vissuto, quanti figli hai, chi erano tuo padre e tua madre? Sono informazioni biografiche, ma le biografie sono terreni concreti, luoghi di terra e di cielo. Mentre i social sono altro, montano in casa tua specchi con una particolare caratteristica: sono specchi oscuri. Non riflettono del tutto, confondono, lasciano sensazioni, immaginazioni: sono specchi sfocati e sottoesposti dove un ombra può essere tutto e niente.

Le ombre sono soprattutto citazioni e narrazioni. Spesso sono parole di altri, decontestualizzate, strappate dal loro tempo, dal loro significato per spostarle su un terreno magmatico per farle diventare etichette. Altre volte sono citazioni sbagliate, di autori che non hanno mai detto certe cose. Altre ancora sono canzoni, spezzoni di film, semplici fotografie. Molto raramente immagini d’arte. L’arte chiede letture più complesse, meno immediate, ed è più difficile da maneggiare.

Le citazioni per definirsi e raccontarsi sono tutte di questi ultimi decenni, anche perché sono più facili da adattare a un sentire contemporaneo. Ma in che modo le citazioni, le frasi preferite, i motti da inserire in cima a un profilo social diventano il modo più autentico per raccontare di sé? Tutto avviene attraverso uno specchio opaco. C’è un’opacità delle citazioni che perdono i contesti da cui sono tratte, le opere di cui fanno parte ed entrano sminuzzate in altri luoghi, e c’è un’opacità di chi sceglie certe frasi per dire di sé. In quel dettaglio, in quella citazione ci si nasconde, come ci si nasconde quando si indicano particolari di vita che appaiono marginali in apparenza, come la misura delle scarpe, la passione per le cravatte lavorate a maglia, la posizione delle cifre sulla propria camicia. Un citazionismo che ormai è uscito anche dal web per debordare in qualsiasi comunicazione pubblica e politica. Citare è diventato indispensabile. Ma non citazioni pertinenti, ma eccentricità, effetti speciali, parole che colpiscano al di fuori di un ragionamento rigoroso e pertinente. È l’inessenziale, la debole autorialità che sembra poter prendere un peso che non avrebbe. Per cui non si contano frasi come: «ama i girasoli, quelli di Montale». O la più brutta di tutte: «resiste a tutto tranne che alle tentazioni». Si usano come fossero pietre miliari di una strada che nessuno conosce bene. Pietre a cui legare la corda dell’aquilone perché non se ne voli via. Pietre che non dicono quanta strada abbiamo percorso, e tantomeno chi siamo, ma che sono soltanto un gioco di società che vuole punti di vista brillanti e un po’ distanti per rendere interessante la propria vita. Non è un caso che la maggior parte delle biografie sui social siano in terza persona: «Ama le passeggiate in campagna… Preferisce i vini rossi a quelli bianchi». È l’opacità di questo tempo, che ha un talento particolare nel rendere inafferrabile la sostanza delle cose.

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