Qualche giorno fa su un canale televisivo a pagamento, un noto giornalista sportivo commentava i risultati delle partite di calcio della giornata. Una trasmissione come tante, a margine del campionato, dove gli ascoltatori fanno domande e l’esperto risponde in modo competente e puntuale. Ma sotto la voce del giornalista si sentiva della musica. Una musica non proprio di sottofondo, anzi, più alta del solito, che arrivava persino a confondere un po’: perché le parole si mescolavano con qualcosa che sembrava non avesse nulla a che fare con l’argomento calcio, con i fuorigioco, con i cartellini gialli o rossi, e con le previsioni su chi vincerà il campionato di serie A. La voce che cantava, la musica che si ascoltava, era quella di David Bowie. E mentre scorreva la trasmissione scorrevano le sue canzoni.

Perché sentire Bowie mentre un signore parla di tutt’altro? Sono esperimenti strani. La scomparsa di Bowie ha impressionato il mondo, ma non è stata improvvisa, non è stata prematura, non è stato un evento traumatico e violento. Purtroppo il musicista inglese non è riuscito a vincere contro una malattia grave, al punto tale che il suo ultimo video e il suo ultimo disco anticipavano chiaramente questo evento drammatico. Per molti Bowie è stato un mito della musica, e giustamente dico io. E l’emozione per la sua scomparsa, il volerlo ricordare, rientra pienamente nei moti di affetto che si hanno verso persone pubbliche che ci hanno dato molto attraverso quello che hanno fatto, le loro opere, la loro vita.

Pochi giorni dopo è accaduta la stessa cosa con Ettore Scola. Scomparso a Roma a 84 anni. Siamo stati sommersi da giornate particolari, da ricordi di Marcello Mastroianni, dalle citazioni dei suoi film. Ed è una cosa bella che accada. Solo che il mondo del web, e soprattutto dei social, ha capovolto quello che è sempre accaduto. Se un tempo la scomparsa di Bowie non poteva che essere un’emozione molto privata, per cui alla notizia mi ascoltavo un brano che magari negli anni avevo sentito mille volte. Con un pensiero a un artista che mi era sempre piaciuto. Se magari un tempo, al bar, alla mattina, prendendo il caffè, con il quotidiano tra le mani, si sarebbe fatto un commento, con il conoscente accanto: hai visto che è morto Bowie? Oggi quella dimensione privata dell’opera d’arte, della musica, del cinema, della letteratura diviene pubblica e collettiva. E l’emozione diventa esibizionismo.

Quelli che scrivono sui social: ciao Ettore! Oppure: David ti credevo immortale! Quelli che citano e pubblicano le canzoni, o gli spezzoni di film tratti da YouTube. Quelli che aggiungono commenti, che condividono la perdita come fossero persone di famiglia. Quelli che commentano le partite con Space Oddity in sottofondo. E quelli che citano e pubblicano quello che trovano.

Ma il ricordo e il dolore, il dispiacere e l’emozione sono prima di ogni cosa: silenzio. Le camere ardenti per rendere omaggio a persone non conosciute che abbiamo però stimato o amato per quello che facevano, sono pensate come luoghi di omaggi silenziosi. Dove i cittadini comuni vanno, portano magari un fiore, senza commenti, ovviamente.

Non ci sono più dimensioni private delle emozioni, riservatezze di qualche genere. Tutto concorre a un circo emozionale dove bisogna dire, esprimere, esserci e condividere. Dove l’omaggio degli amici di Scola è identico nelle modalità a quello di uno sconosciuto che utilizza le stesse parole. Perché la vicinanza è mostrare confidenza, anche se è una confidenza virtuale. Perché l’omaggio a un grande va fatto in quel modo. Perché il cinema ci ha detto che si fa così. Perché il ricordo privato esiste solo se diventa collettivo, se si può ostentare.

Il mondo dei social e del web non contemplano il silenzio. Perché il silenzio nel web non esiste, e non esiste nei social. Se non scrivi sui social non è perché stai in silenzio, è perché non esisti. Se l’emozione della scomparsa di un grande artista resta nei tuoi ricordi, nel tuo privato, non sei niente. Devi scrivere, buttare fuori tutto. Con il rischio che dentro di te non resti nulla. Neppure quella memoria emotiva, quel nostro vissuto che consideriamo prezioso e importante e che non è giusto rendere sempre pubblico.

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