Da un po’ di giorni il web sembra impazzito. Il dibattito è tutto sul successo senza paragoni (i numeri crescono di giorno in giorno) dell’ultimo film di Checco Zalone: “Quo vado”. Ci si chiede: è giusto che in questo paese milioni di persone vadano a vedere un film comico assai semplice, facile? Mentre prodotti culturali più complessi sono ignorati dalle persone? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare indietro di qualche giorno.

Il 21 dicembre scorso, Linda Laura Sabbadini, che è il direttore del dipartimento statistiche sociali e ambientali dell’Istat, ha pubblicato uno studio intitolato: “Il digital divide in Italia: l’uso di Internet da parte di cittadini e imprese”. Cosa dice questo studio? Che in Italia l’uso di internet cresce, ma troppo poco, e per di più le nostre posizioni di partenza erano già al di sotto della media europea. È bene ricordare che al sud il divario è più ampio, che le casalinghe e le donne non più giovanissime non usano internet. Ed è bene ricordare che c’è una stretta connessione tra l’uso del web, la condizione sociale, e il titolo di studio.

Si sta lavorando, l’incremento in Italia dell’uso di Internet nell’ultimo anno è stato del 4 per cento, contro l’1 per cento del resto d’Europa, ma in Europa è utilizzato dall’ 81 per cento dei cittadini, in media. Mentre in Italia siamo soltanto al 68 per cento. Al livello della Grecia. Anche l’uso dei Cloud è molto limitato. In Italia c’è diffidenza, pochi utilizzano il Cloud per archiviare i loro dati. E preferiscono le penne usb o dispositivi esterni come gli hard disk. Lo fanno soltanto per le fotografie, e quasi nulla (contriamente agli altri paesi) per gli ebook, le riviste e i giornali. L’ecommerce non è diffuso. Solo un quarto degli italiani compra on line (la metà rispetto la media europea). E solo la metà degli italiani posta, pubblica e partecipa ai social network, e gli utenti dei social più attivi vivono al sud e non al nord.

Tutto questo mondo social che si domanda se sia giusto il successo di Zalone nella maggior parte dei casi ha una risposta ben precisa: non se ne può più di certi snobismi, di certe distanze culturali, di gente rigida, altera, pronta agli elogi più sofisticati. Ben venga un bravo ragazzo pugliese e la sua comicità per tutti. Alle volte, forse un po’ banale, eppure autentica.

Lo fanno, lo scrivono quelli che stanno su Facebook. Quella metà degli italiani più colta, più dedita alle lettura, con una cultura cinematografica, spesso con un ruolo ben definito. L’altro cinquanta per cento che non va su Internet, che non gli importa niente dei social, e che probabilmente appartiene alla categoria dei non lettori, Zalone se lo va a vedere in silenzio, senza porsi il problema. Il popolo del web, se così possiamo dire, invece si interroga, come avesse un senso di colpa. Teorizza. E sorprende. Dove è il punto di collegamento tra questi due universi. In che modo Zalone unisce il paese? L’unico in grado di azzerare il digital divide?

I film popolari hanno sempre avuto successo. E i comici hanno sempre divertito tutti: da Totò e Peppino ad Alberto Sordi, a Ciccio e Franco. Ma nessuno si confondeva: c’erano i grandi film e c’erano i passatempi post natalizi di un paio d’ore. Oggi il populismo del web porta al trionfo della demagogia culturale. Molti anni fa Ennio Flaiano diceva che la televisione aveva abbassato il livello culturale degli intellettuali, non quello degli italiani.

Oggi credo valga anche per il web, che alle volte è il terreno fertile per luoghi comuni ben confezionati e in apparenza assai eleganti. Perché non bisogna dimenticare quello che scriveva nel Monte Analogo René Daumal: autore coltissimo e mistico francese, scomparso quasi ottant’anni fa: «l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto». La demagogia del basso, fatta da chi l’alto lo conosce bene, è solo un imbroglio. E in fondo coloro che stanno in basso, che sono per buona parte in quel 50 per cento di italiani che ancora non usa internet, sono le vere vittime di questi snobismi rovesciati.

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