Esistono degli immaginari letterari e cinematografici che resistono a qualsiasi cambiamento. Il mondo è ogni giorno diverso, ma il mistero di una persona, uomo o donna che sia, incontrata, vista su una metropolitana, in un caffè di sfuggita, mentre attraversa una strada, è qualcosa di irresistibile. Una delle macchine narrative più interessanti e più sfruttate attraverso generi diversissimi: in chiave esistenziale, in chiave noir, come un thriller o un noir, in forma erotica. In ogni caso le apparizioni sono alla base di qualsiasi immaginario narrativo. E non solo, anche il punto di inizio di processi creativi, di illusioni sentimentali.

Recentemente Einaudi ha ristampato un libro di racconti di Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura, intitolato proprio: Sconosciute. Dove l’identità è il motore che muove le tre storie contenute nel libro. Ma non è solo il fascino del mistero e dello sconosciuto a a far scrivere storie e racconti. È anche la scoperta progressiva dell’identità di qualcuno, scoperta dosata giorno per giorno. È il mettere costantemente a confronto lo sconosciuto con l’idea che ci possiamo fare di lui; se quella persona coincide con il nostro immaginario oppure no.

Nel 2011 Javier Marìas, grande scrittore spagnolo, ha pubblicato un romanzo intitolato: Gli innamoramenti. Racconta una storia davvero misteriosa, in forma di giallo. La protagonista, Maria, osserva una coppia per anni, tutte le mattine quando va a fare colazione in un caffè di Madrid. E non sa assolutamente nulla di loro. Non li ha mai avvicinati. Sono una bella coppia, sembra felice: lui sui 50 anni, lei più giovane. Un giorno lui viene ucciso da un barbone senza un movente, un motivo. E Maria vede tornare al caffè la donna senza di lui. Solo a quel punto Maria si presenta alla moglie, che si chiama Luisa, e cominciano a parlare a lungo dell’assurdità di quello che è accaduto e del dolore.

Marias e Modiano sono soltanto due esempi. Ma gli sconosciuti sono apparizioni, epifanie, sono tarli che ci si porta con sé per una vita. Un altro scrittore di inizio del secolo scorso, Wilhelm Jensen, scrisse uno straordinario racconto, poi analizzato addirittura da Sigmund Freud, intitolato: Gradiva, fantasia pompeiana. Dove un giovane archeologo vedeva una donna vestita come un’antica romana passeggiare tra le rovine di Pompei, che assomigliava a un antico bassorilievo oggi ai Musei Vaticani.

Giovan Battista Vico diceva che «la curiosità è madre della scienza e figliuola dell’ignoranza». E la scienza, va detto, progredisce sempre di più. Negli ultimi mesi la battaglia tecnologica in corso tra Microsoft ed Apple è tutta sulle reti neurali e sul riconoscimento facciale. Apple si è comprata da poco Faceshift, società che lavora da anni a questo progetto, e i rumors sull’iPhone 7, che uscirà forse nell’ottobre 2016, dicono che il software di riconoscimento facciale sarà incluso. Microsoft sta lavorando a un software ancora più sofisticato. E sul riconoscimento facciale stanno investendo anche Google e Intel.

Per ora i campi di applicazione saranno i videogiochi, e i dispositivi come il proprio computer o il proprio smartphone che ci riconosceranno e non ci chiederanno più la password di ingresso. Ma è inevitabile che un software di riconoscimento facciale unito a database mondiali come Facebook, Instagram o Flickr può diventare qualcosa di sconvolgente, perché in teoria sarebbe in grado non soltanto di dare un nome alla sconosciuta in metropolitana, ma anche di farci scoprire cosa ascolta, cosa legge e che cosa fa ogni giorno. Finisce il mistero, il fascino della vita, con buona pace di Modiano, di Marìas, di Jensen e di ampia parte della letteratura, del cinema, del teatro e dell’arte di tutti i tempi.

Una volta si diceva: ti sei fatto un film che non esiste. Presto potrebbe esistere tutto. Basterà attivare un software e collegarlo alle banche dati a cui diamo volontariamente il nostro consenso. E passa ogni fantasia.

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