Nei laboratori di Apple a Cupertino, dopo aver installato un plugin nel sistema operativo iOs9 che permette ai nostri iPhone di ignorare tutti i banner pubblicitari che appaiono su Internet, stanno lavorando a un’applicazione che chiameremo News e che dovrà spartirsi il mercato futuro delle notizie assieme a Facebook e forse a Google. Perché assieme a Facebook? Perché poco distante da Cupertino, a Menlo Park, sulla baia di San Francisco, hanno già fatto accordi con i più importanti giornali del mondo per pubblicare direttamente su Facebook gli articoli più importanti. Se andate sulla pagina del New York Times dal vostro computer troverete per ora i link degli articoli e sarete rimandati al sito del giornale per leggerli. Ma se lo fate da un tablet o da un dispositivo mobile troverete il contenuto direttamente in un formato che non rimanda al sito. Per fare questo Facebook paga i giornali. Per fare questo Apple pagherà i giornali. E i giornali però, con i loro siti, poiché i plugin potranno bloccare sempre meglio le loro pubblicità, non avranno la possibilità di espandersi se non attraverso le piattaforme di Facebook, di Apple, di Google, e di quelle che verrano in futuro.

Ora, tutto questo è molto interessante perché da un lato potrà forse risolvere una volta per tutte il problema della scarsa e poco redditizia pubblicità del web. Dall’altro dà la possibilità ai giornali di essere veicolati da sistemi estremamente potenti. Ma apre due problemi che sono connessi. La disaggregazione del pensiero informativo e la casualità dell’informazione. Voglio dire che verrà polverizzata quella bella immagine in cui le redazioni giornalistiche si pensano come un corpo pensante, rivendicano la linea del giornale, l’identità e tutte queste cose molto importanti.

Su Facebook, e domani su Apple, gli articoli saranno valutati attraverso format e immagini che non sono la conseguenza di una decisione editoriale ma di un bisogno del web. Le notizie si trovano e si notano perché cerchiamo quelle che ci piacciono, non quelle che dobbiamo leggere. Accadeva anche sfogliando un quotidiano: si sceglieva un articolo anziché un altro. Ma dentro un sistema di saperi che era quello del proprio giornale: esisteva la gerarchia della notizia, c’erano grammatiche e diversità, linee politiche, campagne identitarie.

Si può dire che tutto questo finirà? Niente affatto. Quel tipo di informazione, l’idea che un giornale prima di ogni cosa è un’idea del mondo, attraverso un elenco di articoli, rimarrà in una forma estremamente elitaria. Sarà riconoscibile da pochi: dagli addetti ai lavori, dagli specialisti, da quelli che avranno una curiosità culturale verso l’oggetto giornale, con il suo sfoglio, con la disposizione degli argomenti, e via dicendo. Saranno numeri davvero molto piccoli. Saperi e capacità di lettura che si perderanno in un decennio. Il resto, disarticolato eppure globale ed efficace, entrerà in un sistema che non avrà gerarchie, e non avrà un’identità precisa.

Sarà spesso il caso a renderlo fruibile al pubblico attraverso le condivisioni dei social. L’articolo del New York Times più letto sarà ovviamente quello più condiviso, e quello più condiviso sarà certamente la notizia del giorno, quella più attuale, ma anche la più bizzarra. Per intenderci: gli attentati dell’Isis e i pulcini geneticamente modificati che hanno le piume color fucsia.

Questo misto di condivisione (dunque popolarità) e urgenza di attualità informativa sarà comunque un modo democratico di leggere le notizie. E i software di traduzione istantanea faranno il resto. Ci stanno lavorando in tutto il mondo: linguisti, ingegneri e filosofi. Si arriverà presto a risultati ottimi. E a quel punto non ci saranno più barriere linguistiche. E si potrà leggere tutto e ovunque. A noi più vecchi mancherà l’idea di un giornale che ha un pensiero sul mondo. I più giovani, sia detto senza alcuna indignazione, non se ne accorgeranno neanche.

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