I social funzionano tutti più o meno allo stesso modo. C’è gente che si iscrive, comunica le proprie opinioni e i propri gusti. E lo fa utilizzando uno strumento che non ha limiti temporali, che non ha problemi di spazio, che esiste quando uno lo desidera, e che apre finestre ovunque. I social funzionano quando non hanno vincoli, quando sono liquidi. Il successo di Facebook è nell’aver ignorato la maggior parte delle norme e dei precetti con cui siamo cresciuti. Si va fuori tema, non c’è una regola da osservare, nessuno vi dirà mai che avete esagerato, nessuno conta i vostri post, somma il numero dei vostri selfie, o fa cose analoghe. Naturalmente Facebook può bloccarvi se i vostri contenuti sono offensivi e moralmente disdicevoli, se fate propaganda, se inneggiate ai terroristi. Ma questo è il minimo, e tutti lo sanno e se ne rendono conto. Escluse queste regole basilari di civiltà il mondo dei social è un po’ come la conquista del west ai tempi dei pionieri. Se arrivi in un terreno e lo recinti con i paletti, quel terreno è il tuo.

Solo che nel mondo del web c’è sempre qualcuno che inventa cose che limitano tutto questo. E non per un desiderio di censura o di controllo, ma perché il senso del limite sembra dare maggiore esclusività, dunque qualità, dunque forza. Alle praterie senza freni di Facebook si è contrapposto all’inizio il sintetico ed educato Twitter. Là dove Facebook permetteva di scrivere quello che si voleva, e quanto si voleva, in privato o in pubblico, con filtri o senza filtri, Twitter obbligava e obbliga ai 140 caratteri. All’essere concisi, brevi ed efficaci. Ma instaurava l’idea che i frequentatori dei social sono dei produttori di contenuti. Gente da leggere e da seguire. Poneva un alto e un basso. Quelli importanti seguono poca gente mentre sono seguiti da milioni di persone. Si instaura una scala sociale e intellettuale. C’è chi conta, e chi non conta. Chi viene letto e chi legge. Mentre su Facebook la biunivocità è costante, con Twitter si torna alle gerarchie di valori.

Era ovvio che nel tempo non funzionasse. E infatti la crisi di Twitter è sotto gli occhi di tutti. E non poteva funzionare perché produrre contenuti è una cosa seria. E non basta essere famosi, o anche soltanto noti. Bisogna essere autorevoli, avere competenze. Solo che le competenze e l’autorevolezza non si comunicano con i tweet, non passano per la rete. In rete è tutto uguale, e la differenza tra contenuti alla fine non si nota più di tanto. E allora? Allora il modello Facebook resta quello vincente perché non è gerarchico.

Ma rassegnarsi è difficile. Il social elitario è un sogno costante. Ed è il sogno di This. This con il punto alla fine. È un nuovo social network nato a ottobre. Si può seguire ed essere seguiti. C’è gente molto interessante, praticamente tutti americani e inglesi, quasi tutti giornalisti. E non si possono postare foto, selfie, o scrivere dei post personali. Si possono soltanto postare dei link. Testi, video e quant’altro riteniamo interessante. Ma con una restrizione fondamentale: è possibile farlo soltanto una volta al giorno. Un link ogni 24 ore, come la posologia di una medicina.

Perché? Perché così non si intasa il web, perché il link va scelto con cura, ed è attraverso questa rigida selezione che si capiscono le doti vere degli utenti. Si è sempre detto che per avere seguaci e amici con gli altri social bisognava essere molto presenti, postare tantissimo e farsi notare. Invece su “This.”, secondo il noto principio di Nanni Moretti (mi si nota di più etc. etc.) meno posti e più ti notano. Perché il postare diventa selettivo e di qualità. Per non dire esclusivo.

Il successo di massa ma elitario è il delirio di questi decenni. E l’idea che i social si trasformino in circoli esclusivi è un ossimoro intellettuale. Non so quanto funzionerà “This.” con la sua posologia maniacale, con il voler mostrare quanto si è bravi a far leggere il post giusto; ma se costruisci un villaggio residenziale in mezzo alle grandi pianure dei social prima o poi i bisonti lo radono al suolo. Come è accaduto fino a oggi.

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