Sono ormai decenni che la psicologia sociale si occupa delle percezioni errate date dal bisogno di conformarsi alle opinioni collettive. Sono esperimenti che servono a dimostrare che le opinioni diffuse, anche quando sono sbagliate, influenzano profondamente le idee dei singoli.

Solomon Asch era uno psicologo polacco naturalizzato americano. L’esperimento di Asch messo a punto nella metà degli anni Cinquanta, dice questo. Mettete in una stanza otto persone. Sette sono dei collaboratori di chi fa l’esperimento e sono parte del progetto. L’ottavo invece è il soggetto che viene scelto per l’esperimento. L’ottavo non sa che gli altri sette si conoscono tra loro e si sono messi d’accordo. A tutti e gli otto vengono dati due foglietti. Nel primo c’è disegnata una sola linea. Nel secondo ci sono molte linee di diversa lunghezza. Ma una soltanto ha la stessa lunghezza di quella che il soggetto dell’esperimento può vedere nel primo foglio. Niente di più facile. Si tratta di indicare la linea che nel secondo foglio appare a uguale a quella che sta nel primo.

Non ci sono trucchi, non ci sono effetti ottici. Basta uno sguardo normale per accorgersene. Naturalmente si possono vedere e ci si può confrontare con le risposte di tutti quelli che stanno facendo il test. E infatti nella prima parte dell’esperimento i sette complici, chiamiamoli così, rispondono in modo logico e corretto. E anche il soggetto risponde in modo corretto; dimostrando che le persone sono in grado di scegliere e capire.

Poi si prova in un altro modo. Arrivano nuovi soggetti e i sette complici cosa fanno? Sbagliano volutamente la risposta. Decidono che la linea della stessa lunghezza non è quella che tutti penserebbero ma un’altra. È palese che l’altra è visibilmente più lunga o più corta, poco importa. E a questo punto accade che anche il soggetto dell’esperimento finisce per rispondere in modo sbagliato.

L’esperimento di Asch è il capostipite di tantissimi esperimenti di psicologia sociale che dicono due cose: che il potere di convincimento dei gruppi è impressionante, e che gli uomini tendono ad adeguarsi alle opinioni della maggioranza anche quando sono sbagliate. Questo è da sempre pericoloso. E lo è così tanto che tutto il movimento della contestazione degli anni Sessanta, e la sua critica del potere, ha come perno fondante il cosiddetto anticonformismo. Ovvero l’idea che la prima regola per essere liberi è quella di ribellarsi alle opinioni correnti, a quelle condivise.

Per cui l’anticonformismo e l’andare controcorrente, sono diventati dei valori, e generano ammirazione perché sono sinonimo di intelligenza, e sono portatori di un’etica che si basa innanzi tutto sull’indipendenza di giudizio. Solomon Asch lo dimostra: se i complici dicono che la linea è quella sbagliata solo il 5 per cento dei soggetti si oppone a questo, gli altri si adeguano.

Ma oggi i valori dell’anticonformismo sono diventati un paravento per una società conformista che ha fatto dei social i migliori alleati per riuscire a perseguire questo scopo. E Twitter ha inaugurato un nuovo servizio. Si chiama “Twitter Poll”. Che cosa fa? È un esperimento di Asch elevato a potenza. Devo decidere se è più bravo un gigante come Milan Kundera o E. L. James, l’autrice di Cinquanta sfumature di grigio? E cosa faccio? Non leggo, non mi interrogo, non trovo una chiave: posto un Poll su Twitter. Ovvero pubblico il quesito e ho 24 ore per le risposte dei follower, che scelgono uno o l’altro. Dopo un giorno Twitter restituisce una bella torta con le percentuali. E io finalmente riesco a sapere cosa devo pensare di Kundera, o della James. Da anni si ripete che il web è il trionfo dell’individualità, del pensiero libero, della trasgressione, dell’anticonformismo. E invece è un minimo comune denominatore. È una taglia unica, un vestito per tutti che conforta un mondo ansioso di tenersi strette le convinzioni collettive. Perché fanno meno paura e ti fanno sentire meno solo.

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