È davvero un innocuo modo di esprimersi rapidamente con un click? O è anche una forma di regressione emotiva che nessuno si aspettava? O è ancora di più: un geniale modo per tracciare meglio i nostri gusti? O infine è tutte queste cose assieme. Parliamo di Facebook. Negli ultimi mesi una sorta di tam tam diceva che sarebbe stato possibile entro breve poter cliccare su un post non soltanto un “mi piace”, ma anche un “non mi piace”. In fondo era anche giusto: perché non poter esprimere anche dissenso verso testi o fotografie che ci disturbano, o non condividiamo? Ecco quindi la richiesta da più parti di poter fare qualcosa di diverso, e di non mettere solo note di plauso ai post che si pubblicano.

Il tam tam ha prodotto i primi risultati. In Irlanda e in Spagna si può sperimentare “Reactions” su Facebook. Poi l’esperimento verrà esteso al resto del mondo. Non è niente di particolarmente sofisticato, si tratta di faccine: sette faccine che potremo usare per esprimere gioia, stupore, rabbia, emozione, tristezza, e via dicendo. Non c’è un “non mi piace”. Ci sono le emozioni.

Da Facebook fanno sapere: «La gente va su Facebook per condividere un sacco di cose, che siano felici, tristi, provocanti, scioccanti o divertenti. E sappiamo che i nostri utenti vorrebbero avere più modi per celebrare, commiserare o ridere insieme. Per questo vogliamo testare Reactions, un’estensione del “like”, per darvi più possibilità di esprimere una reazione a un post, in maniera semplice e veloce».

Ma è davvero un modo innocuo di esprimersi? O invece è una semplificazione delle emozioni che cambierà il nostro modo di sentire? Perché l’effetto Reactions va oltre il “mi piace”. Approvare non è comunicare emotivamente. Anche se approvare può essere un gesto emotivo questo non significa che lo sia sempre. Se leggo su Facebook un post che condivido, clicco “mi piace” con lo stesso spirito con cui sorrido, o approvo con razionalità un contenuto giornalistico, letterario, di cronaca. Se leggo un articolo di fondo di un quotidiano che mi trova concorde, non posso mettere un “mi piace” sulla pagina cartacea, ma posso sottolinearlo, ritagliarlo e conservarlo, e posso consigliarlo a un amico e dirgli di leggerlo. Sui post di Facebook posso mettere un “mi piace”, aderendo a un’idea, e postarla sulla bacheca di un amico, che è un po’ come passare il giornale al vicino di scrivania e dire: leggi questo articolo, so che sarai d’accordo anche tu.

Ma Reactions è un’altra cosa. Si passa dall’assenso logico e razionale all’emozione, ai sentimenti personali. Da un modo pubblico di esprimere assenso a un modo privato di mostrare le proprie fragilità, le proprie indecisioni, le proprie felicità. Se leggo qualcosa che mi colpisce e mi impressiona per motivi del tutto privati e personali, è facile che non lo condividerò con il solito vicino di scrivania. Non dovrò dirgli: leggi qui, questo articolo mi ha riportato a un episodio malinconico della mia vita, anche se non c’è una ragione diretta e precisa perché questo sia accaduto. Quel sentimento me lo terrò per me, e se lo racconterò a qualcuno, lo farò con pochissimi, cercando una lettura e una spiegazione privata. Nel mondo dei social le parole sono accompagnate da simboli emotivi che per diventare leggibili devono essere uguali per tutti. Ma tristezza, rabbia, gioia, stupore non sono uguali per tutti. Le emozioni si condividono solo quando possiamo esprimerle, raccontarle e renderle peculiari. Il loro valore è nella unicità. Non c’è un sorriso uguale all’altro, non c’è uno stupore che assomigli a un altro stupore. Sotto ci sono i fili e le storie che fanno dei processi emotivi l’identità e la verità della persone. Ma Reactions racconta solo impulsi e non emozioni, che alla fine, come sempre, potranno servire a profilarci e a venderci prodotti in un modo ancora più preciso.

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