Ormai è diventato quasi un luogo comune: nel senso che lo pensano un po’ tutti, che è patrimonio collettivo, che nessuno, o quasi nessuno, si sogna di non condividerlo. Le amicizie, le relazioni, e il modo di esporsi sui social network sarebbe un modo superficiale, che non va in profondità. Le relazioni umane restano in un limbo inafferrabile, non sono realmente empatiche, perché fanno a meno del corpo, dello sguardo e si basano soltanto sulla scrittura, su qualche video e sulle fotografie. Condividere non è dunque regalare qualcosa di se stessi sui social, ma tenersi stretta la propria identità, rendendo il proprio io ipertrofico, e non interessandosi affatto di quello che accade agli altri, se non casualmente.

Ultimo, e assai autorevole, sostenitore di questa tesi è il filosofo Zygmunt Bauman, che in due lectio magistralis tenute qualche settimana fa a Carpi e Modena ha parlato di “communitas” e “immunitas”: «La prima stabilisce responsabilità, obblighi definiti, fa acquisire conformità ma offre anche sicurezza perché si può sempre contare su qualcuno. La seconda ci consente di toglierci di dosso gli obblighi, e siamo così individualizzati nei nostri comportamenti, ma spesso circondati da inadeguatezza, senso di impotenza».

Mi chiedo se sia vero. O se invece ci stiamo ripetendo un po’ tutti un racconto che ci piace molto, perché pare solido e rassicurante, ma invece non lo è. Alla fine degli anni Ottanta, il giornalista Massimo Fini scrisse un saggio che ebbe un certo successo. Si intitolava La ragione aveva torto, ed era un pamphlet che metteva sotto accusa l’Illuminismo e le sue conseguenze storiche. Semplificando, era meglio il tempo dell’ancien régime perché la rivoluzione francese ha portato soltanto disgrazie. È una posizione reazionaria, per nulla isolata. Ma non è anche questa della superficialità del web, della inautenticità dei social, una posizione reazionaria?

Quando incontro qualcuno che mi dice, con una punta di snobismo, di non essere iscritto ai social lo guardo con stupore. Perché non iscriversi? Perché si è più superficiali scrivendo di se stessi e degli altri, e lo si è meno se le stesse cose le vado a dire in una conversazione al circolo del tennis? La superficialità è davvero nella impossibilità del rapporto epidermico, nello sguardo condiviso in quel momento? I social portano superficialità perché le idee, le opinioni e sentimenti si esprimono senza guardarsi?

La totalità degli epistolari degli ultimi duemila anni dovrebbero essere superficiali: dalle lettere di Seneca a Lucilio, a quelle di Abelardo ed Eloisa, a quelle di Lorenzo il Magnifico, fino a quelle di Hannah Arendt con Martin Heidegger. Non esiste una connessione tra profondità e fisicità. Non c’è un problema di comprensione del mondo, neppure di comunicazione di se stessi, se questo modo di esporsi è soltanto linguistico, letterario, e non fisico.

La macchina della verità è una di quelle leggende moderne che ormai funzionano solo nei vecchi film. In realtà si dànno più informazioni veritiere e profonde sui social che in certi sguardi silenziosi alla maniera dei vecchi saggi o dei grandi guru. Ma il nuovo pensiero reazionario ritiene che l’impalpabilità del web non possa che portare a un modo superficiale e irresponsabile di essere nel mondo. Solo che la superficialità è un concetto sfuggente e inafferrabile. Dovrebbe essere l’opposto dello spirito critico. Ma i social sono il trionfo, persino eccessivo, dello spirito critico. Dovrebbe significare che nessuno approfondisce. Ma il web e i social vanno in profondità sempre, anche se alle volte in modo sbagliato, perché connettono informazioni e saperi come mai era accaduto prima. E allora forse è solo uno snobismo reazionario associare i social alla superficialità, all’immunitas, alla non condivisione autentica. O forse è semplicemente confondere la verità con la solitudine. La solitudine è un’altra cosa. La puoi sentire in mezzo a migliaia di persone, e non sentirla quando sei solo. Ma questa è un’altra storia.

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