L’idea che la capacità comunicativa sia una virtù fondante di questo nostro mondo è ormai consolidata da anni. Viene probabilmente dall’invenzione dei mezzi di comunicazione di massa: dall’avvento della radio e poi della televisione. Ma è vero che dalla nascita dei social network questa virtù è diventata quasi un obbligo, un attributo indispensabile, una necessità della contemporaneità. I comunicatori sono vincenti, appaiono belli, raggiungono risultati, sono sulla strada giusta. I grandi comunicatori poi sono dei veri e propri leader, conquistano il mondo, siedono dove il potere si esercita; e il loro potere è soprattutto un potere di masse, di folle, di cittadini, di ammiratori. I grandi comunicatori sono politici, star della musica, del cinema, sono donne e uomini influenti, in grado di smuovere coscienze, di cambiare le cose.

Al contrario, coloro che non comunicano sono un problema sociale. Chi non sa o non vuole comunicare è destinato a perdere, non fa strada, non convince, non coinvolge, non emoziona. Chi non comunica è destinato alla solitudine, confinato nei suoi silenzi che però restano sterili e destano persino sospetto. Gli introversi e i timidi sono svantaggiati in tutto: nei colloqui di lavoro, nella carriera, nella seduzione, nella capacità di mostrarsi nella maniera giusta.

Eugenio Borgna è uno psichiatra. Un uomo acuto in grado di pensare le cose in maniera originale, e ha appena pubblicato per Einaudi un breve libro intitolato: Parlarsi. La comunicazione perduta. Borgna si interroga sul vero parlarsi, il parlarsi tra medico e paziente, il parlare della malattia al malato e del dolore; un parlarsi che è prima di tutto un esserci, una compassione nel senso etimologico del termine: cum patior, soffro con. Un libro suggestivo e profondo quello di Borgna che mostra un nodo, senza forse rendersene conto e senza affrontarlo esplicitamente: quello sull’inattualità di questa modernità digitale.

La modernità digitale ci dice che siamo sempre connessi, ci dice che è impossibile non comunicare, ci dice che sappiamo tutto di quanto ci accade attorno. La modernità digitale è il terreno, il mondo, il luogo dove ci si allena a diventare dei comunicatori, e in qualche fortunato caso dei grandi comunicatori. Lì si scrive, ci si mostra, ci si compiace, ci si racconta. Lì la solitudine è sempre meno un problema, perché il mondo del web è un mondo di conoscenza che non ammette tempi morti, ritardi, incertezze. Quando Google risponde un po’ più lentamente a una domanda che gli facciamo abbiamo tutti un moto di fastidio, se non di disapprovazione, non rendendoci conto che è una lentezza di qualche decimo di secondo.

Ossessionati dal presente, incapaci di dare un vero spessore alle parole che scriviamo sulle mail, sui social network, sui siti web, abbiamo reso passato e futuro un affare fastidioso. Il passato perché richiede un tempo di elaborazione, e il futuro perché richiede un tempo di progettazione e immaginazione. E tutto questo ci rallenta. Per cui è nel presente che si mettono in gioco le parole, ci si mostra, solo nel presente gli enunciati hanno un vero senso. Ma è un presente inattuale e falso: perché lontano dal flusso della vita, indifferente agli eventi che si verificano, alle storie che poi vanno rielaborate, alle cose che ci accadono veramente.

In uno dei suoi ultimi testi, le Osservazioni sulla filosofia della psicologia, opera bellissima, frammentaria e vertiginosa, Ludwig Wittgenstein scrive che «le parole hanno significato soltanto nel flusso della vita». In un contesto psichiatrico e non filosofico lo ribadisce anche Borgna. Per cui non dobbiamo sorprenderci di vivere nell’inattualità, perché questa comunicazione esasperata dal web è quasi inutile alla vita vera. Eppure in troppi pensano di non essere mai stati nel mondo quanto oggi.

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