Per certe cose è sempre stato così. La tecnologia è un sapere specifico, incomprensibile ai profani, che mette in gioco ricercatori e specialisti per darci la possibilità di usare strumenti complessi nel modo più semplice possibile. Se compro un frigorifero hi-tech non mi preoccupo se al suo interno il sistema di raffreddamento ha dei sensori di nuova generazione, e soprattutto non mi interessa sapere come funzionano. La cosa che mi interessa è che io apra il frigo senza scoprire che si sono sciolti i surgelati, o è inacidito il latte.

La tecnologia è un mondo funzionale. Non ci serve capirla, ci interessa usarla. Anche perché si aggiorna di continuo, cambia componenti interni, migliora le cose, e ci rende tutto più semplice. Ma la tecnologia di un frullatore, di un robottino che cucina in dieci minuti lo sformato è assai diversa da quella che utilizziamo ogni giorno sui nostri strumenti di conoscenza del mondo. E parlo di quella nebulosa, ormai indistinta, che comprende i computer da tavolo, i portatili, i tablet, gli smarphone, gli orologi tecnologici e altro ancora. Sono tutti strumenti che ci guidano nella conoscenza, nella comunicazione, nella comprensione delle cose che abbiamo attorno, e che vengono aggiornate di continuo, attraverso un processo che ha molto a che fare con quella che chiameremmo la linea del tempo e poco con l’eterno ritorno.

Ora, scomodare Nietzsche per l’aggiornamento di un telefonino non deve apparire una bizzarria. Il fatto che continuiamo a immettere dati nuovi, e assai misteriosi, dentro oggetti che ci portiamo con noi continuamente è -prima di essere un’esigenza contemporanea – un nodo filosofico ed esistenziale. Accade che a un certo punto qualcuno, da una Silicon Valley del mondo, ci manda una notifica dove si dice che dobbiamo e possiamo fare nuove cose se immettiamo correzioni e dati sul nostro dispositivo. Spesso, nei casi più piccoli, ci avverte che migliora la stabilità e la sicurezza del software che stiamo usando, ma potrebbe addirittura rivoluzionare il sistema operativo in cui agiamo.

Noi non sappiamo bene di quale stabilità e di quale sicurezza si stia parlando. Ma lo facciamo. Perché non si può tornare indietro, perché l’aggiornamento è indispensabile, e soprattutto perché non capiamo e non capiremo mai di cosa si tratta. Il nostro universo personale, quello che usiamo migliaia di volte al giorno senza neanche rendercene conto, cambia di continuo le regole, mandando in pensione quelle vecchie. Rende il tempo passato qualcosa di obsoleto, da cancellarsi immediatamente per qualcosa di nuovo.

Nessuno rimpiange un vecchio sistema operativo, e solo gente alquanto bizzarra continua a usare vecchi strumenti tecnologici per la nostalgia di qualcosa che è stato. Solo un matto potrebbe dire: come era bello quando la Apple usava il System 7, o quando Microsoft ci deliziava con il vecchio Ms-Dos.

Ma un discorso è un frullatore che gira meglio le lame per tagliare le carote o un asciugacapelli più efficace e più rapido, un altro è modificare di continuo i pensieri quotidiani in nome di un aggiornamento.

Il dilemma tra il passato, presente e futuro è squisitamente filosofico. Da Parmenide in poi, arrivando fino al Novecento, è tutto un negare il divenire, un mettere assieme la temporalità degli eventi, un decidere se il tempo è curvo o lineare, un continuo paradosso; ma soprattutto è la possibilità sempre viva di tornare indietro, del ritorno ciclico, del passato come valore. La storia non è solo un qualcosa di prima che oggi non ha più senso e utilità. La storia, il passato, sono una terra sempre possibile e rivisitabile. Ma il nostro mondo digitale non consente l’uso di vecchi materiali, non permette ritorni indietro, non ha ripensamenti. E non ha neanche futuro. Il futuro del nostro mondo digitale non è finché non si fa presente, finché non aggiorniamo il nostro sistema operativo. In questo presente eterno senza immaginazione e senza vie di uscita siamo costretti a navigare come fossimo indifferenti al domani: vivendo di aggiornamenti e non di visioni.

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