Wikipedia sta perdendo moltissimi lettori (quasi trecento milioni su ottocento) per un motivo preciso: perché si utilizza Google con minor frequenza di un tempo, soprattutto per cercare informazioni. Il mondo web si informa sempre di più attraverso i social network e non con un principio di gerarchia delle notizie; non andando più sui siti dei giornali e delle testate di informazione e leggendo quello che è accaduto nelle ultime ore, ma aspettando che la notizia arrivi, come una barchetta di carta in un oceano. Spesso è una notizia condivisa da altri amici, o perché è importante, bizzarra, eccentrica, oppure tragica. Ma in sostanza si tratta di notizie e informazioni emotive, non cercate secondo un criterio.

Un tempo le persone non decidevano soltanto di leggere le informazioni più attuali. Ma sceglievano anche il tipo di informazione attraverso una semplice selezione. C’era chi non leggeva mai la cronaca, o la cronaca locale, chi non era interessato alle pagine dello sport, chi guardava con attenzione quasi esclusiva agli esteri e chi leggeva soltanto di cinema e gossip. Il mondo delle scelte aveva a che fare con il bagaglio personale che una persona aveva. Ma anche con la capacità di conservare la propria padronanza, il proprio equilibrio di fronte agli eventi.

In una lezione tenuta al Collège de France nel 1982, il filosofo Michel Foucault citava il poeta latino Lucrezio, e quelli che lui chiamava i veridica dicta. Si tratta dei discorsi veri e ragionevoli, che permettono di tenere lontane le nostre paure e di non lasciarci abbattere da quelle che crediamo siano delle sciagure. La filosofia antica ha dibattuto molto sui veridica dicti, sui discorsi, su quello che ci serve per orientarci nel mondo. Lo hanno fatto gli epicurei, lo hanno fatto gli stoici, e lo ha fatto soprattutto Seneca nelle sue Lettere a Lucilio. I discorsi veri, quelli di cui abbiamo bisogno, riguardano ciò che siamo nel mondo, la nostra dipendenza o indipendenza rispetto a quello che accade. E aggiunge Foucault: «non sono in alcun modo un’interpretazione dei nostri pensieri, delle nostre rappresentazioni e dei nostri desideri».

Nel mondo capovolto in cui ci muoviamo niente funziona più come dovrebbe. Wikipedia è un’enciclopedia tradizionale che non parte dall’alto, come quella di Diderot e D’Alambert, ma dal basso. Non è compilata dall’esperto autorevole, ma da chi con passione prova a farsi esperto. Le informazioni non hanno più una gerarchia, e non si cercano attraverso regole personali, ma ti arrivano come onde emotive. A questo si aggiunge che le onde emotive sono ingestibili, e generano commenti, opinioni, pensieri che non hanno nulla a che fare con i discorsi veri, i veridica dicta di cui parla Lucrezio.

Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Ma non è soltanto il problema della confusione delle parole, di questo esprimersi su tutto, di questo chiedere a chiunque che è dei talk televisivi, che è dei commenti alle notizie, che è dei social. C’è molto di più. È l’ansia contemporanea, totalmente diversa da quella di cui parlava il grande poeta inglese Wystan H. Auden nel suo L’età dell’ansia. È l’ansia di un mondo che non sa più che rapporto c’è tra se stesso e la verità. Perché non ha più strumenti sottomano per orientarsi e capire. Anche per questo i latini usavano un’espressione precisa: in promptu habere.

Se entrate in un museo di arte antica, greca e romana, e osservate gli sguardi dei visitatori vi accorgerete che sono sguardi smarriti; di gente che non sa cosa pensare delle opere esposte, eccetto un generico “bello” di fronte a un capolavoro come ad esempio il Laocoonte. Quei visitatori non hanno più niente sottomano, non hanno più strumenti e discorsi veri. La crisi di Wikipedia non è altro che la conferma di questa deriva: l’andare incontro al sapere, cercandolo, che è stata la regola per secoli e secoli, oggi è un’utopia vera e propria.

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