Era il 2010 quando venne consegnato a Steve McCurry l’ultimo e simbolico rullino Kodachrome con dentro soltanto 36 pose da utilizzare. Dopo non è stato più possibile usare una pellicola del genere. Nessuno era più in grado di produrla e nessuno era più in grado di svilupparla in laboratorio. Se qualcuno non sa che Steve McCurry è uno dei più grandi fotografi contemporanei è solo perché non lo associa immediatamente allo scatto che ritrae Sharbat Gula, la ragazza afgana che guarda l’obbiettivo con occhi che ti attraversano e che non dimentichi. Una delle più celebri copertine di National Geographic del 1985. Foto scattata da McCurry con una pellicola Kodachrome. Quando la Eastman Kodak consegnò l’ultimo rullino proprio a McCurry per fare le sue ultime foto memorabili, lui commentò: «è stata una pellicola meravigliosa».

Oggi la Kodachrome non esiste più. E nessuno riesce più a riprodurre quei colori regalati dalle emulsioni, dalla chimica, dal corpo delle cose, dalla fisicità dell’esistenza. I forum sul web di fotografi e appassionati sono sempre più un rimbalzarsi di consigli su metodi digitali che possano imitare più o meno fedelmente quel tipo di pellicola. Ma anche i più entusiasti finiranno per ammettere che i plugin digitali a imitazione della Kodachrome non sono proprio la stessa cosa, che si avvicinano molto, ma non restituiscono quei colori, quelle tonalità, quella potenza che dava la pellicola.

Non è il solo danno del digitale. O se preferite di quella che un tempo si chiamava elettronica. Negli anni Settanta i più importanti musicisti rock, pop e jazz utilizzavano un organo elettronico di marca Hammond, dal nome dell’ingegnere che lo aveva progettato già negli anni Trenta: Laurens Hammond. L’Hammond era elettromeccanico: il suono era generato da un ingranaggio che andava di tanto in tanto lubrificato con olio simile a quello dei motori delle automobili, e aveva un suono inimitabile, caldo e avvolgente. Tutto merito delle valvole che stavano al suo interno. Quando si cominciarono a produrre tastiere e organi elettronici, e non valvolari, si provò in tutti i modi, attraverso sofisticati campionamenti, a riprodurre quel tipo di suono. Ma non c’è stato nulla da fare. Ancora oggi quei vecchi organi Hammond, usciti di produzione da anni, restano nelle sale d’incisioni, per chi ha bisogno di utilizzarli. La digitalizzazione del suono non ha potuto fare nulla.

È accaduto anche con i nostalgici del vinile, che all’inizio degli anni Novanta sembrava ormai un oggetto per mercatini delle Pulci. Il Compact Disc argentato non aveva rivali, ma il suono del vinile non è quello dei Cd. E lentamente si è arrivati persino a produrre nuovamente i vecchi dischi neri a 33 giri per restituire quella sensazione.

Non sono operazioni di nostalgia. Sono, alla fin fine, il fallimento vero di un certo modo di pensare il digitale, e persino le opportunità del web. Nel senso che si è appiattita verso il basso la qualità media degli strumenti che utilizziamo. La carta elettronica degli ebook non ha la stessa efficacia della carta vera, la musica si sente peggio, l’Hammond è ancora uno strumento prezioso e costosissimo, e la vecchia Kodachrome non ha ancora rivali e viene rimpianta da tutti i fotografi che l’hanno usata.

Al loro posto c’è il digitale: preciso, efficace, e davvero poco costoso. Tutto costa meno, tutto suona un po’ peggio e tutto si vede in un modo diverso. Poi, certo, nei server mondiali si conserva di tutto, e in teoria abbiamo ogni cosa sotto mano. Ma è una mano virtuale, che non ha consistenza, che non esiste. Sono sentimenti sbiaditi del tempo che hanno l’ardire e l’arroganza di pensarsi autosufficienti, di fare a meno dei corpi, del tatto, della fisicità, dei materiali, della fisica e della chimica: della vita insomma. Proprio questa vita social che tutti maledicono perché ne sono vittime. Forse è arrivato il momento di chiedersi se c’è un modo intelligente di tornare indietro, almeno di quel poco che dia spessore, nel senso fisico e materiale del termine, alle nostre vite.

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