John Maxwell Coetzee è uno scrittore molto riservato. Su di lui si raccontano storie che assomigliano quasi a leggende per quanto sono bizzarre. Non ama andare da nessuna parte, non ritira i premi, eccetto naturalmente il Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 2003. Molti sostengono che è in grado di non dire una sola parola nel tempo di una lunga cena. Non firma quasi mai le copie dei suoi libri. E infatti quelle poche che ha autografato hanno un valore altissimo sul mercato.

Coetzee però nel 2009 ha scritto un libro, che si intitola: Tempo d’estate. Scene di vita di provincia. Una sorta di autobiografia assolutamente bizzarra. In questo strano racconto Coetzee si finge morto, e mette in scena tutta una serie di personaggi che hanno il compito di raccontarlo, comprese due donne che hanno avuto una relazione con lui. Ovviamente i testimoni messi in campo da Coetzee per raccontare se stesso sono tutto meno che attendibili, e la bellezza di questo libro è proprio nella sua capacità di frammentare l’identità, di renderla inservibile.

Sempre per citare dei premi Nobel per la Letteratura, molti anni prima, nel 1984, Mario Vargas Llosa aveva pubblicato un romanzo molto interessante. Si intitolava Storia di Mayta, ed era il racconto di Mayta e del suo tentativo rivoluzionario fallito in Perù. Così il narratore torna in patria e interroga tutti quelli che erano stati attori e testimoni di quella vicenda cercando di capire quello che accadde. Inutile dire che ogni testimone aveva una sua versione, un suo ricordo, un suo punto di vista, alle volte interessato e volutamente infedele.

Le biografie sono sempre qualcosa di complicato. E quasi sempre sono molto noiose, perché l’attendibilità di una biografia è direttamente proporzionale alla quantità di dati, informazioni e documenti che si possono produrre. Per cui più è ricca e più è affidabile. Ma più è ricca e più è illeggibile. Per citarne una su tutte, quella di Richard Ellmann dedicata a James Joyce. Fu definita da un altro grande scrittore, Anthony Burgess: «la più grande biografia del secolo». Ma è troppo lunga e complessa per interessare un lettore che non voglia studiare Joyce in modo approfondito.

Le autobiografie sono invece tutta un’altra storia. Coetzee dimostra che si possono scrivere come si vogliono, ma che sarebbe meglio renderle profonde e inaffidabili. Farne testi altri, pieni di omissioni, persino di errori, perché è più importante quello che non si racconta di se stessi, quello che si omette. Perché le autobiografie sono sempre ambigue e ingannevoli. Ma non solo. Le autobiografie si possono scrivere in margine a quello che hanno scritto altri, a quello che altri già sanno, a supporto di una identità già esistente. Non voglio dire che si debba essere famosi per scrivere un’autobiografia. Dico che bisogna avere un nome, nel senso tecnico del termine. K. nel Castello di Kafka non ha un nome. Amleto diventa in breve tempo un aggettivo, amletico, e non più un nome, perché è amletico interrogarsi sulla propria identità.

Facebook può fare a meno di Kafka e di Shakespeare. Da qualche giorno, se vi collegate al social da un tablet o da uno smartphone, è possibile che troviate un’opzione nuova, ancora non ufficialmente entrata tra le possibilità che regala Facebook: «Crea una biografia pubblica». Significa che l’utente può decidere quali informazioni, quali post, quali video o fotografie, mostrare subito a chi va a visitare la pagina per la prima volta.

È uno straordinario atto di presunzione. Ma è la risposta impossibile a quanto ormai da un secolo sta avvenendo veramente. Nel Novecento, la crisi, la frantumazione delle identità, ha raggiunto il suo apice. L’idea che, in un mondo disorientato come il nostro, miliardi di persone iscritte a Facebook possano creare con un clic la propria pubblica identità sembra al tempo stesso una follia e una sorprendente guerra aperta a tutti i dibattiti filosofici sulla crisi che stiamo atrraversando.

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