Questo tempo del web per certi versi assomiglia moltissimo al medioevo: un tempo di supersitizioni e di leggende, di visionari e di intolleranti, di guerre arcaiche e di religione, di poteri illuminati e di fissazioni mistiche ed esoteriche, di eretici laici e di masse indistinte di internauti sempre meno in grado di sapere quello che succede veramente nei templi del potere politico e finanziario. Perché il sapere è diventato sfuggente e inafferrabile, persino liquido. Dove non solo non ricordi le cose che conosci, e devi andarle a consultare, ma ogni volta che le consulti rischi di usare una fonte diversa.

Nel giugno del 2000, Gabriel García Márquez diede un’intervista al periodico salvadoregno El Diario de Hoy  a proposito di una poesia a lui attribuita che circolava da molto tempo in rete. Si trattava di una sorta di testamento spirituale dove il grande scrittore colombiano faceva un bilancio della sua vita. Era una cosa di un dolciastro e di un cattivo gusto senza pari. E tutti la citavano a più non posso commossi ed estasiati che il grande Gabo avesse dato il meglio di sé con una prosa peggio dei biglietti dei ciocciolatini. All’incirca diceva cose di questo genere: «Se Dio mi desse un pezzo di vita annaffierei le rose con le mie lacrime per sentire il dolore delle loro spine e il rosso bacio dei loro petali. Dio mio se avessi un pezzo di vita, non lascerei passare un solo giorno senza dire alle persone che amo, che le amo…».

Márquez smentì facendo una considerazione amara: «Quello che potrebbe uccidermi è che qualcuno creda che io abbia scritto una cosa così kitsch. È la sola cosa che mi preoccupa». Ma ancora oggi quella orrenda poesiola la attribuiscono al premio Nobel, e invece è di una sconosciuta poetessa brasiliana che forse sperava di diventare famosa attraverso Márquez .

La memoria liquida del web è fatta di rimbalzi, di errori continui, a volte consapevoli, davvero molti di più di quanto possiamo immaginare. Da un po’ di tempo esiste in rete un sito molto interessante. Si intitola: “Aforismario”. E indica tutte le citazioni sbagliate che circolano sul web. Frasi riportate male, ma soprattutto citazioni riferite ad autori famosi, che invece sono di gente per lo più sconosciuta. Frasi che i grandi filosofi, poeti e scrittori non hanno mai detto o pubblicato. L’elenco è stupefacente. Dalla celebre frase di Nietzsche: «Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica», che non risulta in nessuna opera del filosofo tedesco. A «stay hungry, stay foolish» che Steve Jobs ha detto, ma citando a tutti la fonte, il giornalista Stewart Brand, dimenticato nel nulla. Da «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo» attribuita a Gandhi, ma che Gandhi in questa forma non ha mai pronunciato, scrivendo una cosa simile, ma assai meno immediata: «Tutte le tendenze presenti nel mondo esterno si trovano dentro di noi. Se potessimo cambiare noi stessi, anche le tendenze del mondo potrebbero cambiare». Fino a un citazione di Kafka inventata completamente: «Un cretino è un cretino. Due cretini sono due cretini. Diecimila cretini sono un partito politico». Attribuibile invece con una variante a Leo Longanesi: «Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica».

Ma l’elenco è lunghissimo. Spesso sono errori filologici, altre volte sono vere e proprie mistificazioni come quella per Márquez. E questo accade quando nessuno si affida più alla memoria dei propri testi, ma alla roulette delle ricerche casuali del web. Con una costante interessante. Normalmente questi errori sono banalizzazioni di frasi importanti, riportate in modo più semplice e prevedibile. Perché circolino meglio alla ricerca del successo e dei click. Ma soprattutto nel segno della griffe. Dare un nome celebre a una frase qualunque è un po’ come griffare un vestito senza valore. Ma se nella moda può funzionare, con gli aforismi è un disastro. Perché andando avanti di questo passo finiremo tutti per citare a sproposito.

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