L’orologio da polso diventò un oggetto indispensabile durante la prima guerra mondiale per poter sincronizzare il tiro delle artiglierie; era più immediato tenere al polso, per mezzo di un cinturino, un piccolo quadrante per misurare il tempo che estrarlo dalla tasca. Prima della guerra gli uomini esibivano l’orologio da taschino, mentre quello da polso lo portavano le donne, come un gioiello. Dopo la prima guerra mondiale l’orologio da polso divenne un accessorio anche per gli uomini. E presto si trasformò in uno status symbol, in un marchio di eleganza e anche di ricchezza.

Ma alla base c’era sempre il fatto che si trattava di un orologio. Qualcosa che misurava il tempo. Qualcosa che si guardava senza soffermarsi, anzi, avendo cura di non farlo notare. Guardare l’ora in modo ostentato nel mezzo di un appuntamento, di lavoro o di piacere, era segno di una certa maleducazione. Indicare il quadrante del proprio orologio per sottolineare un ritardo era ed è ancora un gesto molto forte, un’espressione di potere, alle volte di arroganza quando il gesto non è ironico ma è rabbioso o infastidito.

Mettere l’orologio la mattina è stato un rito di miliardi di persone. Dimenticare l’orologio era qualcosa che metteva a disagio. Non caricarlo una imprudenza, si rischiava di non conoscere l’ora nel bel mezzo della giornata, perché l’orologio si fermava. Sapere l’ora era qualcosa di indispensabile. Nelle scuole elementari si insegnava a leggere le lancette con la stessa cura e lo stesso impegno rivolto alle lettere dell’alfabeto. I rudimenti di una lingua straniera, imparata da bambini, partivano spesso dal sapere dire l’ora nel modo corretto. Perché ogni paese aveva un suo modo.

Oggi nessuno ti chiede l’ora per strada, e quando qualcuno lo fa, lo guardi con sorpresa. Mi è accaduto pochi giorni fa. Un anziano signore distinto mi ha chiesto se conoscevo l’ora. Ha usato il verbo conoscere. Ho preso il mio cellulare, ho guardato lo schermo e gli ho detto che ora era. Mi ha ringraziato ha slacciato il cinturino del suo orologio, ha spostato le lancette con cura e poi lo ha rimesso al polso.

È probabile che entro la fine di quest’anno comincerà per molti una nuova abitudine digitale. Quella degli watch, degli smartphone da polso, che non sono smartphone perché non puoi telefonare, e non sono degli orologi, perché si mostrano come degli orologi, puoi tenerli al polso decidendo il quadrante che preferisci, analogico o digitale, o persino entrambe le cose, ma non sono dei misuratori del tempo perché il tempo lo lasciano misurare allo smartphone che tieni in tasca.

Sono una stranezza. Ti mandano tutte le informazioni degli smartphone, un po’ più in piccolo, ovvio. Ti collegano ai social e ti notificano i messaggi, ti permettono di leggere la tua posta, ti danno la possibilità di sapere che tempo farà, di consultare un indirizzo, e di ricavare un’informazione. Probabilmente ti faranno da traduttore, o ti permetteranno di scoprire il significato di una parola attraverso la consultazione di un dizionario. Saranno capaci di tutto questo e probabilmente di molto altro. Ma non da soli. Se non portate in tasca un android o un iphone non c’è niente da fare, non funzionano.

Però li chiamano orologi. E hanno un cinturino, e non si portano per leggere l’ora. Perché l’ora la sai sempre: dallo schermo dello smartphone, dal computer portatile acceso, dai tablet, dagli orologi per strada, che sono tantissimi, dalla televisione, dai riproduttori portatili di musica, persino dalle macchine fotografiche digitali, dagli strumenti per il fitness, dai forni a microonde. E allora quel cinturino, quel portare un watch, costruito anche con la cassa in oro massiccio, come fosse un Patek Philippe, è qualcosa di misterioso, di stranamente inutile. Non si potrà guardare un Apple Watch di sfuggita, come si fa con un cronografo, con quel gesto lieve ed elegante che ti insegnano da quando sei piccolo, perché c’è un galateo anche per questo. Saranno tutti là a guardare un quadrantino, che fa bip ogni due minuti e si accende di continuo. E nascerà un nuovo gesto: saremo circondati da gente con il polso sempre sollevato, gli occhi e la testa che si avvicinano intenti a fissare il quadrante di un watch in una posa innaturale e decisamente ridicola.

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