C’è una frase che da qualche anno torna spesso ogni volta che si ragiona sul futuro. La frase è questa: «è ancora presto per dire». La trovate ovunque: negli articoli di giornale, nei libri che ci raccontano il futuro, nei convegni dove sono invitati uomini di scienza e intellettuali. È ancora presto per dire quale sarà lo standard adottato nel futuro, come evolverà il nostro modo di guardare il mondo, come cambierà la società, il nostro modo di guardare alla politica, il nostro rapporto con la natura, in conseguenza delle tecnologie che cominciamo ad avere a disposizione.

Però quel «è ancora presto per dire», non è una incapacità a vedere cosa accadrà, o l’accorciamento di un orizzonte che si fa sempre più problematico e complesso. È un modo colloquiale per applicare una teoria filosofica celeberrima e sempre interessante. Fu formulata nel 1962 in un saggio ormai molto famoso da un giovane studioso che in quegli anni insegnava all’Università di Berkeley: Thomas Kuhn. Il suo saggio, che scatenò molti dibattiti si intitolava: La struttura delle rivoluzioni scientifiche. E introduceva una lettura originale della storia della scienza e più in generale del nostro modo di pensare tutto: la vita, il futuro del mondo, il nostro modo di lavorare, persino l’economia.

Kuhn sosteneva che ogni rivoluzione scientifica non è il frutto di una scoperta che migliora e corregge le teorie già in vigore. Ma è semplicemente un cambio di paradigma, un modo di pensare diverso che, per una serie di ragioni – che non hanno a che fare con la scienza esatta, ma con le influenze culturali, i tempi che cambiano – porta all’affermarsi di una teoria su un’altra.

Uno degli esempi più semplici è proprio quello del passaggio dal sistema tolemaico a quello copernicano. Per millenni l’umanità ha ritenuto che la terra fosse al centro dell’universo e tutti i pianeti, Sole incluso, le girassero attorno. Poi arriva Copernico che, dopo anni di studi, nel 1543, poco prima di morire, pubblica la sua teoria astronomica eliocentrica. Nell’immaginazione popolare, e non solo in quella, gli scienziati lavorano in questo modo: c’è un prima e c’è un dopo. Copernico scopre che Tolomeo ha sbagliato, e corregge la scienza. E la scienza è un fiume in piena che non può che portare a conoscenze sempre più accurate e precise, a una comprensione del tutto.

Ma non funziona in questo modo. Già da secoli alcuni astronomi si erano accorti che i calcoli non tornavano, arrivando a teorizzare un sistema eliocentrico ben prima di Copernico. Ma i tempi non erano maturi e nessuno li ascoltò.

Kuhn racconta in una serie di fasi quello che accade quando invece avvengono le rivoluzioni scientifiche. A un certo punto una teoria va in crisi, perché si notano delle anomalie. A quel punto c’è un periodo, che può essere molto lungo, in cui il paradigma scientifico va in crisi. E alla fine di questo processo si compie la rivoluzione scientifica. La fase della crisi del paradigma è fondamentale perché imn quell’intervallo di tempo nessuno capisce più nulla, e si lavora alla cieca, provando e sbagliando, con momenti di ottimismo e di pessimismo. È un tormento creativo, che richiede una capacità di uscire dagli schemi, competenze eclettiche e interdisciplinari. Sembra di stare sulle sabbie mobili, e si ha paura di non arrivare da nessuna parte. Si è in un mondo senza norme dove le leggi scientifiche del passato sono in crisi e non si è trovata una via di uscita che possa cambiare il modo di capire il mondo.

«È ancora presto per dire» è la fase 4 (come lui la chiamava ) della teoria di Kuhn. È la crisi del paradigma. Una crisi evidente, pubblica, che riguarda il nostro futuro tecnologico, e tutto quello che ci accadrà nei prossimi anni. Ma anziché aspettare il momento giusto per arrivare a una rivoluzione scientifica e culturale tutti cercano soluzioni immediate che ci tranquillizzino. Ed è naturalmente ancora presto per dire come uscire da questa impasse.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati