L’ultimo Salone del libro di Torino si è chiuso all’insegna di uno slogan, di quelli che piacciono a tutti, che sono politicamente molto corretti, che non si possono che condividere: «leggere crea indipendenza». All’insegna di questa idea da copy pubblicitario un sacco di gente si è messa sul predellino e ha deciso che la lettura è indispensabile, che leggere è una cosa importante, e chi non legge è un avanzo di galera, e chi non ha in mano un libro è un uomo senza sensibilità. Ed è un disastro perché si legge sempre meno. E i libri hanno ragione sempre, per postulato. Hanno ragione su tutto, sono indispensabili al progresso delle menti, al miglioramento dei rapporti padri, madri e figli, alla crescita della nazione. E i libri vanno pubblicati, e bisogna parlarne, perché non sono saponette, e bisogna sponsorizzarli, e naturalmente lo si fa sui social network, e bisogna avvertire il mondo appena c’è una presentazione, un evento, un aperitivo con l’autore (il dibattito, no, non si usa più, per dirla con Nanni Moretti).

Ma è così vero tutto questo? È vero che si legge di meno? È vero che l’editoria è in crisi e che si vendono meno libri? È vero soprattutto che gli stimoli culturali delle nuove generazioni debbono partire dai libri come è accaduto per la mia e per quelle precedenti? No, non è del tutto vero. Leggere il Mein Kampf potrebbe non creare indipendenza. E leggere un brutto romanzo, di quelli che si trovano sui banchi delle novità delle librerie, porta solo al rimpianto di aver buttato via del denaro.

Leggere non crea indipendenza, e se lo fa, lo fa quanto l’arte, la fotografia, il teatro, il cinema, la moda, la meditazione, il silenzio, qualsiasi cosa. Il web ha portato la lettura a un livello superiore, moltiplicando le possibilità di lettura in una maniera esponenziale. Solo che non sono parole rilegate che si sfogliano, sono parole elettroniche. La cultura letteraria, gli scrittori, i critici, hanno un peso irrilevante ormai nella cultura mondiale, che vive di altro. Di velocità estrema e al tempo stesso di estrema lentezza. Di poesie di Nathan Zach o di Adonis e di clip innovative, di musica elettronica, di esperimenti ipermoderni (e non più il vecchio postmoderno).

La cultura letteraria è vecchia e moralista, spesso tronfia e in cattiva fede, perché anziché rifuggere la visibilità e l’esposizione mediatica, la alimenta, fa dei libri soltanto dei prodotti narcisistici con il bollino della cultura appiccicato. Non c’è nulla di male a essere narcisi, c’è molto di male a pensare che il proprio narcisismo sia un nuovo viatico per l’arroganza del moralismo culturale. Tutti felici a vedere le scolaresche, le persone comuni, sfogliare tomi o volumi. Ma quali volumi, quali pagine? E per quale motivo?

Ieri un’amica libraia mi diceva sconfortata: «la pessima qualità dei libri è impressionante. Non si ha idea della cattiva qualità delle traduzioni, delle brutture che si pubblicano, della gente inferocita che ti riporta indietro i libri appena comprati, perché si sente presa in giro». Nel dorato mondo contemporaneo l’indipendenza creata dalla lettura è una bella trovata. Ma va applicata a tutto: anche al miscuglio di immagini, di video, di scrittura, di musica macinata sul web.

Dobbiamo evitare di rendere la cultura qualcosa di snobistico, un modo per giudicare i non lettori, per puntare il dito contro chi ha in casa soltanto pochi libri e televisori troppo grandi. Di chi resta indifferente ai talenti contemporanei della letteratura, quelli che ritrovi affannati e affranti a ogni salone, festival, kermesse, manifestazione, premio letterario. Bulimici e severi, pronti a spiegarti che se non leggi non esisti. Soprattutto se non leggi i loro libri: scritti con fatica, con passione, con intensità, scritti per noi, per la nostra crescita, per la nostra cultura, per darci una chance in più. Per restare indipendenti, dopotutto. E a ricordarcelo ci sono i social, che bombardano i lettori con un marketing fai da te ruspante e invasivo. Eppure il mondo tolemaico del narcisismo autoriale si è capovolto. È esploso, scaraventando tutti verso mondi che sono ancora sconosciuti.

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