Pochi giorni fa, curiosando tra le bancarelle di libri antichi e moderni che stanno fisse in una piazzetta del centro di Roma ho visto una tavolino con una pila di volumi molto grandi. Erano tutti atlanti geografici. C’erano quelli classici De Agostini, c’era un atlante del Times, c’erano altri atlanti, uno francese, un altro tedesco. Uno persino in caratteri cirillici. «Glieli vendo tutti assieme», mi ha detto la persona che gestiva la bancarella: «me li hanno portati ieri. Nessuno sa più cosa farsene».

L’atlante è un’altra vittima della modernità. Oggi è il web che ti permette di avere tutte le mappe in tasca, di poterle consultare in qualsiasi momento, di guardare persino le fotografie delle strade che ci servono, e dirci dove ci troviamo attraverso un rilevatore gps. Ma non si tratta di una evoluzione più completa delle vecchie mappe. Si tratta di un differente modo di pensare.

Intanto diciamo subito che le mappe di Google per raffigurare il mondo utilizzano sempre e comunque la proiezione di Mercatore. Poco reale, utile per la navigazione, ma infedele nel modo di rappresentare i continenti. La proiezione di Mercatore, che è del 1569, obbedisce a criteri eurocentrici. Per capirci l’Africa è grande quanto la Groenlandia, che in realtà è 15 volte più piccola. L’Italia è quasi più grande della Somalia, quando la Somalia è il doppio del nostro paese. L’equatore non taglia esattamente in due il mondo, ma è posto più a sud. Il nord e l’Europa sono il fulcro della proiezione di Mercatore. E tutta la cartografia risente di questo.

Ci hanno sempre insegnato che le carte geografiche obbediscono a convenzioni. Siamo abituati ad esempio a leggere sulle carte ogni dettaglio delle frastagliature delle coste, ma diamo per scontato che invece pianure e rilievi non siano altro che linee approssimative con colori diversi. Tutto questo ha a che fare con la simbolizzazione del nostro immaginario, figlio di un mondo pretecnologico. Ma se andate su Google Maps vedrete il globo come è disegnato sui vecchi atlanti. In un modo infedele e senza le proporzioni giuste. Lo storico Arno Peters nel 1973 provò ad esempio a inventare una proiezione geografica del mondo che fosse reale e non politica. Rimise al suo posto la linea dell’Equatore, rimpicciolì l’Europa, la Groenlandia, e l’America del Nord non sembrava molto più grande del Sud America.

Ma su Google questo non c’è. Su Google c’è il fatto che si può zoomare e vedere nel dettaglio qualsiasi parte di mappa. Anche la più infinitesimale. Ci vogliono circa venti secondi per passare dal globo terrestre al dettaglio di una via di Roma. Ed è un movimento ottico, uno zoom, non è uno sfogliare pagina dopo pagina pezzi di mondo, come si faceva con gli atlanti. Inoltre accade anche un’altra cosa. Le carte erano soltanto un proiezione del mondo, ma sul web pretendono di essere la realtà del mondo. In teoria si parte dalla visione di Mercatore, della metà del Cinquecento, e si arriva all’immagine del portone di casa di questo nuovo millennio.

Questo ci ha cambiato. Le distanze sono riportate in modo preciso, ma non esistono più i disegni in scala. Non c’è un avvicinamento alle cose che è dato da passaggi successivi. Un tempo le carte più particolareggiate erano quelle dell’Istituto Geografico Militare. Ed erano una meraviglia, perché c’era tutto, segnato con precisione, fino all’ultimo particolare. Le carte si leggevano foglio dopo foglio. E se le affiancavi una all’altra potevi ricavarne una sola mappa, talmente grande da aver bisogno di uno spazio enorme per esporla. L’orizzontalità delle mappe è diventata verticale. Non ti allarghi, ma entri dentro i dettagli, come un missile che si scaglia contro un obbiettivo preciso. E i vecchi atlanti da sfogliare restano il racconto di un tempo che non c’è più, ma che era l’unico modo per orientarsi nei luoghi. Oggi per questo ci sono il gps e le mappe di Google. Ma sono loro a orientarsi al posto tuo, che è tutt’altra cosa.

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