In questo mondo disordinato in cui viviamo, le contraddizioni sono all’ordine del giorno. Ma ci sono contraddizioni e contraddizioni. La frase più usata sui giornali e sui siti web quando si parla di qualcosa di nuovo è sempre la stessa: «potrebbe cambiare il modo di comunicare attraverso i social network». Nessuno sa ancora bene cosa si comunichi attraverso i social network, perché sono una nebulosa sfuggente. Ma tutti sono convinti che ci sia un modo, proprio un modo, di comunicare attraverso i social. E se gli apocalittici si ostinano a dire che tutte le cose che si pubblicano sui social sono inutili, e che si può passare un’intera vita a riflettere sulle le quattordici Upaniṣad vediche, magari con l’accortezza nel contempo di imparare pure il sanscrito, gli integrati sono certi che con i social cadranno i totalitarismi, tutti diffonderano notizie, comunicheranno, potranno raccontare le loro storie e il mondo diventerà una meravigliosa serie tv, subito, senza neppure aspettare 33 anni per rievocare ad esempio le note vicende del 1992. Insomma se questo scontro di punti di vista è il punto di equilibrio per cui il disordine del web si poggia, l’invenzione di Periscope introduce un elemento di contraddizione molto interessante, che spiazzerà apocalittici e integrati, i seguaci della confraternita di Sarmoung e quelli del sistema operativo iOs8.

Periscope è un’applicazione che permette di pubblicare dei video in diretta. Fin qui non sarebbe una novità, si poteva fare anche prima. Ma la differenza sta nel fatto che Periscope funziona con Twitter. Così ora gli utenti di Twitter hanno una televisione tutta loro, dove possono trasmettere in diretta qualsiasi cosa.

A parte tutte le implicazioni immaginabili, dalla violazione dei diritti di ripresa di un evento, al voler diffondere materiale privato e inopportuno, all’uso che potrebbero farne i terrorismi nel mondo, il nodo è un altro. La diretta, quella che noi chiamiamo diretta, è un sistema emozionale legato all’unicità di un evento. La prima diretta degna di nota, come molti sanno, fu l’incoronazione di Elisabetta II, il 2 giugno 1953. La diretta Tv è collegata al fatto che ci sono eventi e accadimenti che hanno una loro unicità nel loro scorrere in quel momento, e perdono moltissimo nel momento in cui li rivedi dopo. La diretta ha sempre un’unità di tempo, di luogo e di azione, come insegna Aristotele per la tragedia greca, ma a differenza della tragedia non è replicabile, se non “in differita”, espressione un po’ mesta per dire che ti sei perso qualcosa.

La diretta è una rappresentazione, uno spettacolo alle volte gioioso (un concerto), alle volte drammatico (il caso di Alfredino Rampi, che non riuscirono a salvare dentro il pozzo in cui era caduto), alle volte emozionale (la finale della coppa del mondo di calcio o il Super Bowl). Tutto il resto è flusso di informazioni, spesso utili più alla propaganda che alla comunicazione. Ma soprattutto è rinuncia al racconto e alla mediazione.

Perché parlo di contraddizione? Perché il tempo del web è il tempo del racconto, nelle sue forme diverse. È proprio in quanto racconto che tutto quello che viviamo ogni giorno diventa qualcosa di rielaborabile, diventa sceneggiatura, film di tutte le vite con i criteri di falsificazione che ogni storia si porta con sé. Le serie di Sky Atlantic, ad esempio, traducono storia e realtà, in una lingua diversa. La vecchia televisione della Rai era didattica, traduceva in modo anche pedissequo i romanzi dell’Ottocento. Oggi la traduzione è un altro linguaggio. In queste serie la storia sta alla verità come l’amore vissuto tutti i giorni sta a quello che si legge nei fotoromanzi. Ed è inevitabile.

Periscope toglie riflessione, trasmette in diretta eventi che non sono eventi, emozioni che non hanno motivo di essere, perché le emozioni e gli eventi sono artificio, narrazione e falsificazione. Per questo sono curioso di capire se alla fine avrà successo.

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