I segnali ci sono tutti, e corrono sottotraccia. Si vedono nei talent che si moltiplicano sulle reti televisive. Si trovano sul web, nei blog come nei social, ma soprattutto stanno cambiando la mentalità delle persone, la percezione della realtà, l’idea che si ha del mondo.

Il dramma è questo: stiamo costruendo una società di dilettanti. C’è una scena in Sogni d’oro, il film che Nanni Moretti ha girato nel 1981, dove il protagonista, il regista Michele Apicella, si infuria con i suoi amici, e dice: «Tutti si sentono in diritto, in dovere, di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema. Tutti. Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco…».

Era un mondo che stava cambiando, ancora molto lentamente, e che si divideva in due parti: quello delle professioni e delle competenze vere e proprie, e quello delle professioni e delle competenze che non sono vissute in questo modo. Nanni Moretti–Apicella dice: «io non parlo di cose che non conosco. Non parlo di botanica. Ma tutti parlano di cinema». Oggi si potrebbe aggiungere che tutti parlano e tutti fanno cose per cui esistono grammatiche, competenze, saperi, declinazioni complesse che vengono ignorate. Come non servissero a nulla.

Il web, ma non solo il web, è pieno di gente che pensa di saper comunicare, che pensa di saper girare un video, scrivere un testo emozionale, raccontare una storia, esattamente come ritiene di dover sapere tutto su un rosso d’annata, o su un cronografo prezioso costruito in pochissimi esemplari. La ricerca del talento è come la ricerca della felicità.

Nessuno scrittore, o regista, o fotografo, o creativo e pubblicitario, o musicista, attore o cantante vive in un mondo dove conta solo l’istinto, dove entra in gioco solo il talento. Ma tutti apprendono grammatiche e saperi, e rispettano la tradizione. Anche un modo semplice di montare un video ha una sua storia estetica, tiene conto di quello che c’era e apre la strada a quello che sarà. Solo che nella società del dilettantismo dire questo è un affronto alla crescita individuale, all’intelligenza, alla creatività e alle idee che vengono vissute come un patrimonio che ognuno ha il diritto di avere e di coltivare. Anche se hai passato magari un’esistenza a occuparti di organizzazione aziendale o di questioni giuridiche, o di botanica o di astrofisica, come dice Moretti.

Nel 2008 agli albori del web 2.0, Andrew Keen, filosofo e teorico di internet ha scritto un libro eloquente intitolato: Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia. Keen aveva capito molto bene che stava finendo l’autorialità e le competenze. E soprattutto che nella società del marketing tutti sono convinti che i mestieri creativi e quelli della comunicazione sono come i luoghi esotici, gli alberghi esclusivi in posti meravigliosi. Non ci vivi tutto l’anno, perché devi fare il tuo mestiere. Ma quella è una cosa a cui non vuoi rinunciare. Quello è il modo più facile per fingere di avere talento fino a convincersene davvero.

I talent imperano e funzionano anche per questo. Perché non c’è più una professione intellettuale e creativa. Tutti sanno di comunicazione, di scrittura, di creatività. Tutti voglio emozionare. E nel farlo utilizzano dei metodi grezzi e spesso ridicoli, ripescano una vecchia retorica priva di originalità, per fare marketing, prima di ogni cosa di se stessi. Il risultato è che si è generata una nebulosa per cui fare cose lontane da quello che si sanno veramente è molto sexy e molto attraente. E il lavoro intellettuale e creativo è diventato un giochetto eccitante di gente che altrimenti si annoierebbe nel fare lavori troppo aridi e apparentemente seri. E i risultati, purtroppo, si vedono.

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