Forse è solo un modo di pensare che andrebbe cambiato. Forse siamo tutti dentro una bolla di luoghi comuni che conserviamo come fossero i resti di una grande civiltà perduta e siamo terrorizzati solo al pensiero di perderli. Immaginate che Mark Zuckerberg sia stato il punto di inizio di un universo che ancora non esisteva. Lui, nella sua stanzetta a Boston, a fare il nerd con le fotografie delle studentesse più carine. Immaginate il big bang del social. Salta tutto il sistema informatico dell’università di Harvard, inizia un percorso che si espande, minuto dopo minuto, ora dopo ora. Aggrega anche nuovi social come Twitter, prende una vecchia pratica del web che annaspava ed era in difficoltà, come quella dei blog e gli ridà vita, con giochi di rimbalzi, con link che si incrociano, per arrivare all’informazione, ai siti giornalistici. Le notizie partono dai giornali finiscono sui social, vengono lette lì, e non è detto che tornino sui giornali.

Il big bang è gigantesco, Facebook decimo paese del mondo per numero di iscritti, poi sesto, poi quinto, ora – credo – quarto. Un mondo che non si ferma, che raccoglie tutto e di tutto, e che smette di essere qualcosa di concreto, ma un universo pieno di spazi di buio, di vuoto, dove se potessi viaggiarci dentro non incontreresti una stella per un tempo insostenibile.

Facebook, e poi Twitter, e poi Linkedin, hanno generato giganteschi buchi neri che non sono visibili, che assorbono tutto, che trattengono, il tempo, le conoscenze, le curiosità, le vite private, gli affetti, i sentimenti in un sistema che non ti lascia scampo.

I social sono un’attrazione terribile, non ci sono distinguo, identità, non c’è buon senso. Un tempo si sarebbe detto che sono la pancia del mondo. Ma è riduttivo. Pochi giorni fa sul mio profilo di Facebook ho provato a fare un commento su 50 sfumature di grigio, cercando di capire, in poche parole, il motivo di tanto successo per un’opera di livello davvero deprimente. È successo di tutto, al punto che ho dovuto cancellare molto in fretta. I commenti erano una rincorsa all’aggressività, al luogo comune, alla chiacchiera da bar, alla provocazione per la provocazione, ma anche di gente che avrebbe dovuto avere un atteggiamento più misurato e intelligente. Ho capito che ero finito in un buco nero, in uno di quei miliardi di mostri dell’universo dove il tempo si ferma, la luce scompare, l’orizzonte degli eventi immobilizza tutto e porta le persone a uno stato arcaico, a una paralisi del senso che non ti permette di leggere davvero. Accade con l’ultimo film di successo, accade con la politica, accade con tutto quello che fa discutere.

In quei momenti vorresti chiudere il profilo e dimenticarti dei social, se non fosse che l’universo del web non è fatto soltanto da giganteschi buchi neri che impediscono qualsiasi bagliore di intelligenza, ma anche di stelle, di nebulose, di galassie, lontanissime, solitarie, strane, che brillano immobili in quel buio, e dicono tutt’altro. Poche ore dopo lo sconforto di trovarmi nella pancia di un buco nero dei social ho scoperto che il libro più venduto su Amazon non è il soft porno delle sfumature di grigio, che è secondo, ma un piccolo saggio di Carlo Rovelli, intitolato: Sette brevi lezioni di fisica, pubblicato da Adelphi. Rovelli è un fisico geniale che si è anche occupato di filosofia e ha scritto persino su Anassimandro. Il libro è molto bello, e scritto come si devono scrivere i libri divulgativi. Ovvero con una grande voglia sedurre, senza dare al lettore la sensazione che gli stai facendo una lezioncina. E il primo capitolo del libro parla proprio dei buchi neri. Non quelli del web e dei social, quelli sono di altro tipo.

Se l’universo dell’intelligenza da un lato è minacciato da luoghi comuni persistenti, e da un’incapacità a contenersi tipica del web, dall’altro è pieno di stelle, di nebulose che emettono segnali e che, come con le vecchie costellazioni, ci insegnano a orientarci nel mondo.

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