Instagram ha superato twitter, e si sta imponendo come il secondo social network più frequentato del mondo, dopo Facebook naturalmente. Fossero due social simili la cosa interesserebbe poco: capita che un social perda terreno e un altro trovi un suo spazio. Basti pensare al tracollo di MySpace quando si impose Facebook. Ma qui c’è molto di più. Nel 2012 Instagram fu acquistato da Facebook e fu un affare gigantesco: Zuckerberg spese circa un miliardo di dollari ma ci aveva visto giusto. Aveva capito che Instagram è un social globale, visivo e immediato. Da allora siamo stati sommersi di selfie, di fotografie di cibo, di ritratti estemporanei, di interni domestici insignificanti. E non solo. Da allora sono cambiati i colori della nostra vita: mai più visi scialbi, cieli normali, colori di case delicati e tenui, e mai più luci discrete, labbra smortine, prati giallini. Da tre anni a questa parte è stato un crescendo di colori, di invenzioni sorprendenti, come se il mondo fosse cambiato all’improvviso.

La fotografia è un’arte straordinaria, perché è al tempo stesso estremamente sofisticata e geniale se praticata da gente come Ferdinando Scianna o Josef Koudelka, e decisamente popolare e di massa se le persone comuni scattano con i telefonini. Solo che gli scatti da smartphone vanno tutti verso una direzione precisa. Su Instagram l’hashtag più efficace per ricevere dei like è: “tramonto”, declinato nelle varie lingue. Esistono masse di persone, ovunque, soprattutto in luoghi normali, dove i tramonti quasi sempre sono così così, pronte a scattare a ogni sfumatura rossastra che si presenta in cielo sul calar del sole. È un’epidemia, quasi un tic nervoso. Nessuno resiste. Appena hai immortalato un cielo che non ha di certo le suggestioni e i colori che trovi in un atollo del Pacifico o nel deserto del Sahara, prendi il cursore della saturazione, lo porti al massimo, e d’incanto anche il cielo grigio di porto Marghera nella giornata più umida e cupa dell’anno si accende di vita, si fa rosso, esaspera le sfumature, porta al paradosso un’emozione che nella realtà era solo accennata, timida, fino a renderla dannunzianamente immaginifica.

Ormai è una gara non a chi fotografa i tramonti più belli, ma a chi li satura di più, a chi aggiunge contrasto, nitidezza, vignettature, e naturalmente luminosità. Con una specie di dipendenza dall’effetto speciale. La natura non è più quella che vediamo, ma è quella che vorremmo. E per la prima volta gli scatti da smartphone non servono a raccontare la realtà, quello che si ha di fronte, ma l’irrealtà, ovvero quello che si sogna.

Ma questa ossessione per il rosso, che è un colore particolare, un colore intenso, sensuale, convincente, un colore che nella storia dell’arte ha un peso straordinario – dagli affreschi pompeiani a Caravaggio, per intenderci – un domani potrebbe ingannare i posteri. Una rivista scientifica che si occupa di clima e inquinamento, “Atmospheric Chemistry and Physics”, ha pubblicato qualche mese fa uno studio accurato dei tramonti nella pittura, dal 1500 ai giorni nostri. È possibile capire, attraverso i colori che usavano i paesaggisti, quanto fosse inquinata l’aria, e soprattutto gli effetti delle eruzioni vulcaniche. Insomma un eccesso di rosso voleva dire che erano rimaste moltissime particelle di eruzione vulcaniche nell’atmosfera. Un caso tipico è quello dei dipinti di William Turner negli anni immediatamente successivi alla terribile eruzione del vulcano Tambora in Indonesia, nel 1815. Quei pittori erano attendibili: di qualsiasi periodo e scuola fossero restituivano in modo preciso i cieli che vedevano. Oggi non c’è bisogno di studiare i quadri e le foto perché abbiamo altri strumenti per leggere i dati dell’atmosfera terrestre. Ma è certo che se tra centomila anni, dopo un cataclisma planetario, restasse solo un server di Instagram con le foto scattate dagli utenti, a giudicare dai cieli fotografati, gli studiosi non potranno che pensare a un pianeta che all’inizio del secondo millennio era devastato da eruzioni vulcaniche continue e spettacolari.

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