Un paio di settimane fa, Kris Hammond ha pubblicato un tweet dal suo profilo dove diceva: «Aspetto il giorno in cui potrò vedere Quill scrivere un articolo su se stesso». Ora, vanno spiegate alcune cose. Kris Hammond è uno studioso di intelligenza artificiale, insegna alla Northwestern University, ha fondato una startup con l’amico Larry Birnbaum: Narrative Science. E ha inventato, se così si può dire, Quill, un programma che scrive testi brevi ma assolutamente di senso compiuto, senza alcuna intermediazione umana. Si tratta di solo di inserire dei dati da elaborare e Quill scrive un articolo.

Ora, non è fantascienza, molte testate americane stanno già utilizzando, per un giornalismo di semplici dati e di rielaborazione cifre, programmi come questi. Evitano un lavoro noioso, lunghissimo e complicato a persone che potrebbero occuparsi di inchieste, lunghi articoli, opinioni, blog, e non mettere in una elementare sintassi, e in fila, la traduzione in lettere e in una lingua compiuta di informazioni statistiche, dati di borsa, misurazione delle scosse di terremoto, stato della deriva dei continenti, e persino dove andare a divertirsi la notte in una grande città, esaminando i nuovi film, i teatri, i locali e i concerti, e mettendo in fila tutte queste informazioni.

Ma Kris Hammond va oltre. Dice che vorrebbe che Quill scrivesse un giorno un articolo su se stesso. È la vecchia storia di Hal, il computer di 2001 Odissea nello spazio, che si monta la testa e si pensa umano. È un paradosso, ma non troppo.

In questi ultimi due anni c’è stata una deriva vera e propria, un’ossessione per lo storytelling. D’un tratto tutti si sono messi a raccontare storie. Detto così non ci sarebbe da stupirsi, nel mondo del web e dei giornali, l’avere una buona storia paga sempre, piace, aiuta a capire meglio. E ovviamente sono le buone e le grandi storie a dare le migliori soddisfazioni. Non certi articoli o cose brevi fitte di cifre e di informazioni nude e crude. Solo che si è capovolto il concetto: non sono le grandi storie che si lasciano trovare per farsi raccontare. Ma è la voglia di raccontare a generare grandi storie. Nel senso che tutto può essere narrato in un modo assolutamente accattivante, emozionante, spiazzante, sorprendente, e quant’altro. Anche piccole vicende senza importanza, che sarebbe meglio lasciare a una cronaca semplice e breve.

Ma la cronaca semplice e breve rischia, entro dieci anni, di essere appannaggio di programmi come Quill. E questa è già una sensazione diffusa, quasi un’inquietudine. Esistono algoritmi in grado di raccontare emozioni, di elevare piccole vicende trasformandole in storie esemplari? Esiste un’estetica dell’algoritmo che porta a questo? In fotografia c’è già. Si chiama compressione. Le foto digitali diventano immediatamente leggibili attraverso un algoritmo che sceglie i parametri, le luci, i contrasti, i colori in un modo che piace alla maggior parte delle persone. Il jpeg ad esempio non è altro che questo. Una media, un andare incontro al gusto. Al di là delle intenzioni del fotografo. Con la scrittura è molto più complesso, e Kris Hammond dovrà farsene una ragione. Ma l’idea che entro pochi anni non leggeremo informazioni scritte da umani ma da computer richiederebbe un nuovo Orwell, con un 2084, anziché il vecchio 1984.

Solo che la via di uscita non può essere nella narratività letteraria. È come se un giocatore di scacchi, impressionato dal fatto che i computer ormai giocano meglio di lui, decidesse di sostituire quasi tutti i pezzi della scacchiera soltanto i cavalli. Perché il cavallo è l’unico pezzo che salta, e che quindi procede in un modo non lineare rispetto alle torri, ai pedoni e agli alfieri. La mossa del cavallo è diventata la norma, oggi. La sorpresa è scegliere sempre qualcosa di spiazzante. È vedere storie laddove esistono soltanto eventi ravvicinati, in una unità di tempo e di luogo. E se Quill un giorno scriverà di se stesso, c’è da giurarci che cercherà una grande storia da raccontare. Anche lui, naturalmente.

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