Quella che chiamano la globalizzazione non è soltanto fare in modo che esista un sentire omologato, un gusto collettivo che possa renderci dei consumatori più facilmente identificabili. Quella che chiamiamo globalizzazione è anche una rivoluzione culturale. Perché se è vero che il sogno di molti è quello di inventare prodotti che possano essere venduti allo stesso modo in Cina come in Africa o in Europa, perché questo avvenga bisogna generare un gusto, crearlo, che abbia stilemi sempre uguali, che sia condiviso, che entri a far parte del proprio immaginario.

L’immaginario, parola usata e abusata soprattutto negli ultimi 30 anni, è il cardine, il nucleo di partenza per tutto. L’immaginario è estetico e culturale. Tutti devono sognare le stesse cose, anche se si è nati a latitudini diverse, anche se si parlano lingue lontanissime, anche se qualcuno è ricco e altri sono poveri. L’immaginario è la felicità di essere connessi. L’immaginario è vestire con abiti simili, l’immaginario è la globalizzazione del cibo e della cucina, l’immaginario è apprezzare un Barolo anche negli atolli del Pacifico. L’immaginario è raccontare storie che siano attraenti ovunque.

La moda, il cinema e lo sport sono i veicoli più forti per questo tipo di immaginario. La moda nel senso più ampio. Non parlo soltanto di vestiti, ma di design, di architettura, di collezionismo, e stili di vita. Il cinema nel senso della narrazione di esistenze che diventano un modello per raccontare se stessi con le stesse modalità di una sceneggiatura. Lo sport come esempio di talento innato e di spettacolarizzazione dell’emozione. Tutto questo obbedisce a un’arte della retorica, nel senso alto del termine, che è il carburante per la costruzione di immaginari, per la possibilità di raccontarsi in una maniera diversa.

Da un po’ di tempo si sente parlare moltissimo di startup. La startup il punto iniziale, il Big Bang di ogni impresa. È la nebulosa creativa, indistinta, che genera l’idea vincente, e che porta le persone a cominciare un’attività che potrebbe diventare di successo e redditizia. Il web è pieno di storie di questo genere. Di storie dove un giovanotto di poco più di vent’anni inventa Facebook, o di storie più piccole, dove ragazzi con del talento hanno un’idea vincente che nessuno aveva mai preso in considerazione. Gli startupper sono i geni del presente. Ma non inventano teorie della fisica, non sono chimici che scoprono una nuova proteina, sono persone che senza competenze scientifiche vedono quello che gli altri non vedono. Capiscono cose che nessuno saprebbe capire. Come?

Nel romantico mondo globale facendo una sola cosa: immaginando. L’immaginazione in un mondo previsto, calcolato, scientificamente pianificato sembra la lampada di Aladino, la magia che tutti devono tenersi stretta per non finire alienati, per ritenere che le cose del mondo non debbano essere sempre e comunque prevedibili. E per ogni lampada di Aladino c’è una grande storia, e per ogni grande storia c’è sempre un film, con una sceneggiatura che va a stimolare proprio l’immaginario collettivo. E più le cose nascono dal nulla e più sembra autentico quello che accade.

Steve Wozniak e Steve Jobs sono i due amici che hanno inventato la Apple. Giovanissimi, geniali e visionari, si sono chiusi in un garage e hanno costruito il primo computer. Un garage. Non un laboratorio, non un luogo con il know how sufficiente. Il garage è uno stilema ricorrente, un sogno globalizzato. Peccato che pochi giorni fa Wozniak abbia dato un’intervista a Businessweek, dove tra varie cose chiude dicendo: il garage? È un mito. In realtà io lavoravo in Hewlett-Packard ed è lì che abbiamo assemblato i pezzi del nostro primo computer. Poi certo, il garage esisteva, ma solo come un luogo nostro, mio e di Steve Jobs.

È un duro colpo a tutti gli immaginari di questi anni, è la lampada di Aladino che si spezza, la favola che tutti volevano sentire che si spegne. Ma è anche un bagno di realtà, che in questi tempi di immaginari inflazionati non fa certo male.

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