Alcuni giorni fa in un albergo che al suo piano inferiore aveva una spa ho letto della possibilità di fare un trattamento con sali di non so quale luogo della terra, e varie altre cose che mi avrebbero rigenerato e rimesso al mondo. La signorina per spiegarmi cosa sarebbe accaduto mi ha parlato di percorso esperienziale. Mi sono tornati alle mente tutti i percorsi esperienziali che ho incontrato nei luoghi più impensabili, in depliant di iniziative culturali, festival, concerti, percorsi agrituristici e ambientali, e via dicendo. Lentamente ho cominciato a collegare il puzzle e a capire che abbiamo modificato il concetto di esperienza, trasformandolo in qualcosa d’altro.

La colpa è certamente del modo che abbiamo di accedere al sapere e all’emozione, che se un tempo era il frutto di un vero percorso oggi è un’apparizione, se prima era lo sfogliare un libro, accedere a un sapere e arrivare in fondo alle cose, oggi non è più accumulazione delle cose, ma è un punto isolato che vale di per sé.

I percorsi esperienziali di oggi non hanno a che fare con l’esperienza, nel senso che non sono un modo per comprendere ma sono un modo per lasciarsi illuminare, sono epifanie improvvise. Dipendono dalle emozioni che sappiamo avere. Tenendo conto che le emozioni non sono più la consueguenza di un qualcosa che ci sorprende positivamente, ma diventano il punto di partenza, la condizione affinché il gioco esperienziale funzioni. Prima mi emoziono, poi se è il caso capisco il motivo per cui mi sono emozionato. Tutto il marketing culturale degli ultimi vent’anni è emozionale ed esperienziale. Non conta sapere, ma conta sentire, non conta portare con sé un’esperienza ma sommare esperienze che non sono mai collegate assieme, ma sono staccate una dall’altra. E non raggruppabili.

Perché avviene questo? Perché non c’è più il tempo per le grammatiche e non si viaggia più per il sapere con lentezza e con ricerche, ma attraverso flash improvvisi, luci che si accendono qua e là, come stelle lontane, che nessuno ha avuto cura di unire in costellazioni coerenti. Il risultato è un continuo immaginare di poter sentire senza entrare nel fulcro, nella sostanza vera delle cose. Per cui il percorso esperienziale dei sali da bagno è uguale a quello del cammino di Santiago.

Il web ha delle colpe, perché ha portato alla ricerca dell’esperienza, all’approfondimento delle cose, attraverso una logica pseudo enciclopedica, e non attraverso valutazioni più complesse, che tengono conto di molti fattori e tutti diversi. Se un tempo per approfondire un problema si cercavano i testi giusti in intere biblioteche, oggi cerchiamo i concetti giusti parola dopo parola. Se un tempo un percorso di esperienze passava per un cammino lungo, oggi passa per parole chiave, per tags, per dettagli ingranditi, per la necessità di trovare esperienze nuove, che esperienze non sono, perché sono a termine, scadono come gli alimenti, e lasciano il tempo che trovano.

L’esperienzialità, da procedura formativa e pedagogica si è trasformata in una possibilità quasi dionisiaca per raggiungere un piacere, una sensazione, che sia lontana dai nostri piaceri quotidiani, e resti qualcosa d’altro rispetto a quello che facciamo ogni giorno. Una procedura di stupefazione, di emozione, che assomiglia a una vera e propria droga emotiva, che non può far altro che lasciare un senso continuo di insoddisfazione, ma anche di incomprensione.

In questi bagliori dentro un cielo nero del sapere che nessuno sa più illuminare e capire, si esaurisce tutto, e si pensa di poter raggiungere quello che un tempo era una strada vera, incerta, sconnessa e per questo emozionante. Perché le emozioni, le esperienze, non sono parentesi compiute nella storia delle persone, non sono un’esperienza estetica breve e intensa, ma sono un qualcosa che ti porti sempre con te. Ma nessuno è più in grado di farlo, nessuno è più capace di veri cammini esperienziali, semmai di un tapis roulant che ti dà l’illusione di camminare, lasciandoti sempre nello stesso punto.

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