Qualcuno potrebbe dire che nell’era del digitale nulla dura abbastanza, e quello che resta si modifica in una maniera tale da risultare irriconoscibile nel giro di pochi anni. Ma non è detto che invece alcune cose non si stabilizzino. E se questo accadrà, nessuno potrà dire oggi se Facebook esisterà e come esisterà nel futuro 2100. Se avverrà che tra circa ottant’anni il social di Marc Zuckerberg resterà attivo e perfettamente integrato con le esigenze della modernità, si porrà un problema non da poco. Quanti saranno i profili dei morti? Probabilmente molti di più di quelli dei vivi. La cosa è inquietante, ma non è irreale. Perché se oggi in casi luttuosi si chiudono la maggior parte dei profili, sta prevalendo sempre di più l’idea di tenere i diari personali dei social in una forma commemorativa. Intanto perché chiuderli è cancellare anche un pezzo di storia importante di chi li scrive, e non è semplice farlo a livello emotivo, e poi per un’altra ragione ancora, che ha a che fare con il nostro futuro tecnologico.

Nel lontano 1991, Natalie Cole, figlia del grande Nat King Cole, pubblicò un album dove cantava Unforgettable duettando con il padre. Per l’epoca era un prodigio digitale. La piccola Natalie, non cantò mai con Nat. E quell’invenzione fu un evento che la portò ai vertici delle classifiche di tutto il mondo. Ma era ancora qualcosa di molto artigianale, e negli anni furono fatti molti altri tentativi del genere, con i Beatles e Michael Jackson, in particolare. Ora Barry Manilow, celebre cantante, autore della famosa Mandy, ha pubblicato un album intitolato My Dream Duets. Sono tutti duetti con morti: da Mariliyn Monroe, a John Denver. Un grande come David Byrne, il leader dei Talking Heads, lo ha definito un album impressionante. Perché ha una realtà, una limpidezza e un’intensità musicale mai sentite prima. E se lo dice lui c’è da crederci. Ma l’operazione di Barry Manilow racconta molto di più del piacere di duettare con grandi artisti che non ci sono più. Non è solo un sogno avverato dalla tecnologia. È una nuova modalità della realtà. E spiega come il digitale alteri e renda irrilevanti la vita e gli accadimenti reali.

Oggi Manilow riporta in vita i morti. Domani sarà possibile costruire album con duetti e con musicisti che non ci sono più e che in vita non hanno mai suonato o cantato assieme. Avverando l’impossibile. Ma non con un trucco, o una falsificazione digitale, ma con una procedura che ridà vita alla musica. È inquietante. Potrà accadere con quasi tutto quello che nel nostro quotidiano siamo abituati a considerare come memoria e ricordo. E quindi muterà il nostro culto del passato.

Non è un problema da poco. Si potrà far canticchiare il bisnonno con il nipote con un tanti auguri a te, attraverso un futuro software che si potrà usare anche in casa e non solo, come avviene oggi, nei costosissimi studi usati da Barry Manilow. E le versioni future di photoshop uniranno foto di famiglia di trisnonni con pronipoti come fossero appena scattate, senza i goffi effetti dei fotomontaggi che vediamo oggi. E tenendo conto della velocità del progresso delle app, avremo anche nel futuro prossimo la possibilità di far dire cose a chi non c’è più, con la propria voce, come fossero state incise oggi. E non solo Joyce potrà leggere il suo Ulysses prendendo un frammento di intervista audio e rielaborando il suo modo di pronunciare le lettere dell’alfabeto e alcune parole. Ma si potrà far parlare e dialogare chi non esiste più con chi resta. E far cantare in modo intonato gente che non ha mai cantato, e persino mettere in un film una persona scomparsa da molto, facendola interagire, camminare ed esprimersi.

Nel 2100 i social potranno essere un grande cimitero, ma molto vivo. Niente lapidi, ma effetti spettacolari: di gente scomparsa che non sarà commemorata, ma sarà ricondizionata, se così si può dire. Fino a farle assumere una paradossale e nuova vita digitale, che sembra persino vera, e che può far tranquillamente a meno della vita stessa. Un incubo, certo. Ma per niente impossibile.

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