Il web ha certamente contribuito a una sorta di ebrezza sensoriale permanente. Non mescola ma somma le cose; ovvero porta all’abitudine di completare l’esperienza emozionale ed estetica della nostra vita attraverso un accumularsi di cose che dovrebbero rendere sempre più compiuto il nostro modo di percepire il mondo. Per capirci è come decidere che non basta più un dipinto per rappresentare la realtà vista da un artista. Ma ogni dipinto va replicato con una serie di sculture che riproducano quello che è raffigurato. Per cui L’ultima cena di Leonardo va rifatta, arricchita, addizionata di una vera e propria riproduzione della scena che ci appaia in tre dimensioni e ci permetta di girarci attorno.

Ma una delle cose più frequenti è l’abitudine di associare immagini alla musica. E avviene anche il contrario: la necessità di mettere musica sotto le immagini. Chi ha più di 40 anni ricorda i filmini super 8 che si facevano in famiglia. Erano in bianco e nero ed erano muti. Quando le bobine si caricavano nel proiettore, si accendeva la lampada e i fotogrammi arrivavano su un muro o su uno schermo, l’unico rumore che si poteva sentire era il fruscio della pellicola che passava attraverso gli snodi meccanici, come un fiume di celluloide che scorreva. Ed era un rumore preciso, che appartiene al passato di molti di noi. Il rumore muto delle immagini in movimento.

Non è una novità. Da almeno un secolo si prova in tutti i modi a mettere musica ovunque, come un contorno, un ornamento. Poco prima di morire, nel 1914, il compositore russo Aleksandr Nikolaevič Skrjabin, ormai entrato in un delirio mistico e in ossessioni esoteriche, aveva deciso che la sua ultima opera andasse eseguita ai piedi dell’Himalaya. Neanche a dirlo si intitolava Mysterium. Riuscì a scriverne una parte. E molti anni dopo, un altro compositore di talento, Alexander Nemtin, provò a ricostruire quella composizione mai finita. Ci lavorò per 28 anni, fino al 1998. E l’anno dopo morì.

Erano musicisti ossessionati dalle immagini, dall’idea che la musica non potesse restare là, nel mondo dei suoni, nell’indicibile dei sentimenti, ma avesse degli sbocchi diversi, potesse rivelarsi in altri modi. Nemtin lavorò per alcuni anni al sintetizzatore ANS (l’acronimo riprende proprio le iniziali di Skrjabin), uno strumento costruito nel 1937, inquietante: il suono usciva in conseguenza di disegni e simboli che dovevi imprimere su dischi di vetro. Ne esiste un solo esemplare a Mosca, al museo Glinka. E ancora oggi l’ANS è per i cultori qualcosa di più misterioso del monolite di 2001 Odissea nello spazio. Anche se la modernità ha toccato anche questo affascinante stumento. Con 5 euro 49 centesimi potete comprare una app per smartphone che ne simula il funzionamento.

Abbiamo un bisogno continuo di accumulare ricchezze sensoriali. Aggiungere qualsiasi cosa a tutto. Immagini a musica, tridimensionalità al cinema, spazi a superfici piane, sapori e gusti che fingiamo di mescolare, ma bulimicamente non facciamo altro che ideare addendi alle nostre povertà. Skrjabin non riuscì a far eseguire la sua opera mastodontica sotto l’Hymalaya, però nei primi anni del Novecento teneva i suoi concerti associando luci alla musica, e profumi diversi con le tonalità, e aveva una tastiera del pianoforte colorata, per associare cromatismi ai suoni. Esperimenti d’avanguardia, che lasciavano il tempo che trovavano.

Ma oggi è la norma. Oggi siamo incapaci di ascoltare, di vedere in silenzio, e pensiamo sia una privazione non mettere cose su cose al nostro piacere. Pochi giorni fa sono andato a sentire il pianista Cesare Picco suonare il suo Blind Date Concerto al buio. Mentre lui suona la sala è completamente al buio. Non vedi nulla. C’è solo il suono del suo pianoforte. È un’esperienza impressionante e meravigliosa. Shakespeare in un suo sonetto diceva: «A guardare nel buio che solo i ciechi vedono». Con Picco si poteva guardare la musica senza video, senza commenti, senza altri sensi se non quello dell’ascolto nel buio totale. Ed è qualcosa veramente di imperdibile, e di straordinario. La cosa più moderna che si possa pensare.

Il sogno di scrivere Cotroneo