Da qualche tempo mi arrivano delle mail dove mi si invita a controllare il mio punteggio su Klout. Klout è un servizio di social networking che stima l’influenza degli utenti attraverso un punteggio (che va da 0 a 100) ottenuto dal grado di interazione che ogni persona ha nei suoi profili social. Tradotto in un linguaggio meno tecnico: più i tuoi post sono commentati e ripresi e più il tuo Klout Score aumenta. Sono andato a controllare il punteggio di quelli che contano. Non ho trovato il papa. Ma c’è il presidente Obama, con 99, Matteo Renzi a 79, Lorenzo Jovanotti a 80, Lady Gaga a 94, Justine Bieber 92. Si potrebbe continuare, ma non è importante. Klout dice quanto si è influenti. Ma spesso viene equivocato: e l’influenza viene scambiata per successo. Ed è uno dei grandi problemi di questi anni.

La parola successo a seconda se è preceduta dal verbo avere o dal verbo essere cambia. Ovviamente dire: ha successo è assai diverso che dire è successo. Ma in realtà il termine è lo stesso. Al punto tale che alla voce successo il dizionario dell’Enciclopedia Treccani dà come prima accezione: «Il succedersi di fatti, di avvenimenti, o più genericamente di frazioni di tempo». Poi aggiunge che «in successo di tempo» vuol dire: «col tempo, in un secondo momento, di seguito». E solo nelle altre accezioni parla di: buona riuscita e di esito favorevole.

L’ossessione del successo è l’ossessione non della riuscita di qualcosa, ma dell’essere qualcosa. Il raggiungimento del successo, che un tempo era un percorso, per quanto il più rapido possibile, oggi è un bagliore. Non percorre strade. Non ha a che fare con l’influenza, con l’autorevolezza, non è il seguito reale che si ha nel mondo o nel proprio mondo. Ma è un flash, lo stesso flash che accende i divi del cinema, o gli aspiranti tali, sui red carpet dei festival sparsi per il mondo.

Ma studiare i punteggi di Klout che rivelano l’influenza sui social network è interessante. Un mare di persone molto note ha punteggi bassi. E non perché frequentano poco i social, ma perché quello che dicono non è importante, non è seguito, non viene letto o citato. La risonanza e l’influenza sono due concetti molto importanti e interessanti. Perché non hanno a che fare con i flash, ma hanno a che fare con i contenuti e con la temporalità delle cose. È la prima accezione del dizionario quella che conta: il succedersi di frazioni di tempo, di avvenimenti e di accadimenti porta all’essere riconosciuti, alla capacità di essere autorevoli, all’ammirazione per il percorso e per il cammino compiuto.

Gli ultimi trent’anni sono stati dominati dallo show business. Le due parole vanno assieme non per un caso, ma per una sottile e geniale strategia di quello che potremmo chiamare un marketing esistenziale. Lo spettacolo è un affare, certo. Ma anche le vite come spettacolo sono un affare. Per mille motivi. Perché si vendono più pacchetti per vacanze da sogno, più creme di bellezza, più vestiti e oggetti glamour, più mobili di design, e anche più mobili poveri di design (esempio Ikea). Se io mi devo pensare diverso da quello che forse sono, devo rivestire in qualche modo la mia diversità, anche se è come vestire un manichino.

Il successo fuori dal tempo, divistico è spesso pericoloso. Chesterton diceva: «nulla è più fallimentare del successo». Ma il successo delle vite quotidiane, privato dell’influenza e della capacità di rivelarsi con il tempo, al momento giusto, come frutto di un cammino, è tremendo. È detto anche popolarità, ha qualcosa di esplosivo, ed è legato al vuoto come nient’altro al mondo. Per questo che il successo e la popolarità sono una iattura: non perché li cercano tutti, ma perché è la più sofisticata invenzione globale per glorificare un velleitarismo frustrante.

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Il sogno di scrivere Cotroneo