James Hillman è stato una figura grandissima e importante per la cultura di questi ultimi decenni. Non fu soltanto un eccentrico psicoanalista, ma costruì attorno alla sua opera una serie di piccole torri di avvistamento che scrutano il mare, perennemente in tempesta, di questa contemporaneità. Ma leggendo il suo libro postumo Figure del mito, mi rendo conto che quel mare, che Hillman ha saputo leggere e osservare, si sta ritirando sempre di più, rendendo le torri di avvistamento un avamposto disperato.

La cultura contemporanea, per capirci, perde pezzi di continuo. Lascia scorie di saperi che si fanno quasi inservibili, perché mancano le giunture, le viti per saldarli assieme; è smemorata, utilizza il tempo per il tempo, come fosse un luogo orizzontale, e non scava a fondo. Hillman dice che i miti antichi sono importantissimi per la nostra psiche, la psiche di noi uomini contemporanei. Ma nessuno sa più nulla di mitologia, e nessuno torna indietro a recuperare i saperi perduti. Non c’è tempo, o meglio, il tempo ci sarebbe: però è difficile renderci conto di cosa parliamo quando parliamo di tempo. Il fisico Richard Feynman diceva: «Il tempo è ciò che accade quando non accade nient’altro». Non intendeva dire che è vuoto. Intendeva dire che è utilizzabile se riusciamo a staccarci abbastanza dalle cose contigenti e da un presente ossessivo.

Ma nessuno è più capace di fermarsi. L’intelligenza, soprattutto nell’era del web, è velocità, rapidità, concretezza. La lentezza porta a sprecare risorse, non è moderna. Un lusso che nessuno può più permettersi.

Solo che l’intelligenza, che è una variante accettabile e distribuibile a un maggior numero di persone del genio, è un concetto che continuiamo a considerare attraverso una prospettiva sfalsata. I genitori e gli insegnanti dicono di figli e allievi che sono intelligenti perché sono bravi nelle scienze, nella gestione dell’organizzazione, e sono in grado di emergere e di avere successo nelle discipline in cui si applicano. L’intelligenza è capacità di comprendere, di prendere decisioni, è efficacia: nella contemporaneità è talmente staccata dalla cultura a cui apparteniamo che può anche diventare artificiale, può essere gestita da macchine, da programmi, da algoritmi.

Ma l’intelligenza che conta, quella che porta al progresso, quella che cementa le identità, quella che che aiuta a capire davvero è sempre collettiva. È l’intelligenza collettiva che porta al progresso, perché è capacità di leggere il passato, capacità di utilizzare gli strumenti che sono di tutti e sono condivisi: il linguaggio, la scienza, l’arte, la storia, la religione, in una parola la cultura. L’idea romantica dell’intelligenza in questa società di monadi interconnesse è una via di uscita inutile. Ma molto efficace come immagine, più facile da comunicare. Un prodotto vendibile perché affascinante, vincente.

Più le società perdono gli strumenti di comprensione, più i saperi vanno a dissolversi, a sbiadirsi tra le maglie del web, più il sistema culturale diventa inutile e più si immagina che l’intelligenza sia qualcosa che arriva chissà da dove, come una dote innata, come un talento musicale inspiegabile. Punti luce, in un territorio grigio. Si perde in questo modo la possibilità di progettare il futuro, di fare dell’intelligenza collettiva il punto di partenza di qualsiasi cosa.

Il filosofo Pierre Levy ha scritto: «Un formicaio è intelligente ma non lo è una formica; essa non è più intelligente quando il formicaio diventa più intelligente mentre quanto più l’essere umano vive in una cultura ricca tanto più lo spirito individuale si arricchisce». E Hillman ci dice, in pratica, che nessuno di noi può capirsi davvero se non comprende la nostra antichità. Feynman ci ricorda che cavalcare il tempo è inseguire il nulla. L’intelligenza non è sapersi, ma è sapere assieme agli altri. Non è la velocità del tempo, non è un genio solo al comando, ma è il sentimento del tempo.

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