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Villa Torlonia. Roma. L'arco del ponte di Richard Meier sul fiume Tanaro ad Alessandria.
#richardmeier #architecturephotography #architettura Prospettive architettoniche. Il nuovo ponte di Richard Meier sul fiume Tanaro. In primo piano: la pagoda di un ristorante cinese. Giochi nella piazzetta all'ora del tramonto. Salento. 2016.

Le polemiche sul mio articolo sulla fotografia. E sul perché non dobbiamo svenderci

Alcune cose per chiarirci. Venerdì scorso ho scritto un post sul mio blog dedicato alla fotografia (lo trovate qui: https://robertocotroneo.me/2014/10/10/fotografia/ ) . Dicevo con molta chiarezza che anche la fotografia, come è accaduto per la musica in Mp3, come avviene con certe forme di self publishing, e persino con certa arte contemporanea, soffre di un crollo della qualità. Dovuto a due fattori concomitanti. Il primo è l’uso logico ma anche esagerato delle fotocamere digitali sugli smartphone. Fotocamere che non hanno la qualità sufficiente per scattare delle foto che si possano vedere oltre i piccoli schermi di tablet, cellulari o computer. La seconda è questa moda di semplificare la postproduzione (non parlo di Lightroom o di Photoshop ma parlo dei programmini che girano sugli smartphone) portando alla saturazione qualsiasi foto, aumentando contrasti, luminosità, ombre, alte luci e nitidezza. Un po’ come nei cattivi ristoranti dove si esagera con il peperoncino, con il sale, con l’olio, e con le salse varie per coprire la scarsa qualità degli alimenti e le pochezze del cuoco. Il ragionamento era di tipo culturale ed estetico. E riguardava non certo il genio di qualche fotografo, capace di scattare meravigliosamente anche con la prima macchina fotografica montata su un cellulare, e non riguardava il fatto che – con qualche controllo manuale in più – può uscire qualcosa di buono da un cellulare. Per intenderci, non mi sono messo a discutere della bravura di un chitarrista in un brano musicale, ma del fatto che quella chitarra oggi si sente male perché l’Mp3 diffonde musica di bassa qualità. E soprattutto, e il punto è proprio questo, a furia di sentire chitarre riprodotte male mi abituerò a pensare che le chitarre suonano in quel modo.

Ora, come in tutti i mondi istintivi e passionali (e i fotografi, come i musicisti, non sono intellettuali, sono passione, istinto e talento puro), sono stato riempito di insulti e contumelie a un livello sorprendente. Moltissimi blog di fotografia, siti di tecnologia, pagine di social network riportano il mio articolo. Con il solito web 2.0 ad amplificare arroganti che si credono Roland Barthes o Susan Sontag. Ma pazienza, se un articolo come questo lo leggono in tre giorni 600 mila persone diventa inevitabile che si raccolga di tutto: onori e oneri. Ognuno può pensarla come vuole. Ma c’è un punto che sfugge a tutti quelli che mi definiscono, con una sorta di disprezzo che mi fa tenerezza: un purista reazionario che nega la modernità. La mia biografia dice l’opposto, ma il web è fatto di gente troppo impegnata a scrivere piuttosto che a capire con chi sta parlando. Solo che non è un problema di purismo. La fotografia ha avuto un’evoluzione. Dal dagherrotipo alle lastre, alle macchine a grande formato, al 35 millimetri che sembrava piccolo e meno adatto alla qualità rispetto ai formati maggiori. Poi ci sono state le macchinette tascabili, le polaroid, e via dicendo. Ma non era mai accaduto quello che sta accadendo in questi anni. E in generale nei settori delle arti. Un crollo di resa e di qualità, in nome di una legittima popolarizzazione dei mezzi. La musica si sente peggio, le macchine fotografiche sono meno buone, e dànno più problemi. Il peggioramento serve a vendere più smartphone, e a scaricare con più efficacia la musica. I libri d’arte si stampano male, perché devono costare poco (e questo lo capisco), e il gusto, l’educazione alla visione e le nostre estetiche stanno andando al disastro. Difendere la commercializzazione della qualità in nome di un populismo estetico è davvero reazionario. È decidere che i padroni delle ferriere, che oggi sono gli OTT, gli Over the Top, hanno ragione. Hanno ragione a non curare abbastanza i layout degli ebook, che già sono brutti, ma che fatti come li fanno oggi sono orribili, e significa mandare in giro brutte immagini, cattiva musica, e via dicendo. L’educazione al ribasso, il deterioramento del gusto non è un concetto vago. È una dura conseguenza di questi tempi. È impoverimento. È declino. Mi preoccupa. Sono un intellettuale. Ho scritto molti libri nella mia vita, insegno in una università, scrivo sui giornali. E anche sul mio blog. Ritengo di avere il dovere di denunciare e di aprire una riflessione su queste cose. Se poi molti hanno l’insulto facile perché sfruttano al meglio la spazzatura del web. Pazienza. Me ne farò una ragione. Ma spero di aver aperto un dibattito che non si fermi allo snobismo di chi usa una Leica a telemetro rispetto a chi usa il piccolo Samsung, ma che vada ben oltre. Vada al fondo della nostra ricchezza interiore, di quello che dobbiamo pretendere dalla bellezza e dall’arte. Di quello che è giusto riprendersi, senza svenderci a nessuno.

73 comments

  1. […] Le polemiche sul mio articolo sulla fotografia. E sul perché non dobbiamo svenderci […]

  2. Fabio Masetti scrive:

    Sul Problema del vero e del falso di massa. Dell’illusione. Cartier Bresson tentava di riprodurre la realtà oggi il digitale ‘produce’ una realtà eliminando il rumore. Prima esisteva un referente dell’immagine (e dell’immaginario, direi) oggi non più. I selfie sono in realtà scatti fatti agli avatar, non sono autoscatti. In un selfie non c’è la nostra immagine ma l’immagine dell’immagine. Il selfie è un loop, una routine. Ne potrei scattare miliardi senza avere un cellulare puntato su alcun luogo. potremmo fare un’applicazione che genera selfie a partire dai dati di profilo di facebook, nei luoghi, preferiti, iniseme agli amici con i quali commentiamo più spesso così automaticamente, mischiando random dati, luoghi e scenari e risulterebbero tutti quanti credibili con un click. tecnicamente le immagini digitali non potrebbero nemmeno chiamarsi fotografie, etimologicamente ‘disegno con la luce’. con un processore posso disegnare anche la luce e creare l’immagine dal nulla, oppure invece dell’obbiettivo e delle lenti equipaggiare con un sistema simile al radar creare i contorni e riempirli ocn le texture. quello che sembra ancora sfuggire alla ‘stampa’ e alla critica, (parte della critica) è che il problema non è di ‘estetica’ ma ontologico. il digitale sta ridisegnando lo ‘statuto della verità’ di ciò che percepiamo. molto meglio di me e con estrema lungimiranza ha ragionato sul tema un discusso filosofo come Vilelm Flusser, http://www.ibs.it/code/9788864110363/flusser-vilem/immagini-come-tecnologia.html. L’alta definizione HD e la capacità di calcono saranno prestissimo in grado di creare eventi inesistenti ma altrettanto reali. Una partita di calcio, ad esempio, posso riprodurla con una consolle algoritmicamente, chi guarderà le immagini non avrà la certezza se i giocatori esistono davvero o sono milioni di poligoni in movimento a 60 fps. in una parola, secondo me, bisogna ricentrare il problema.

  3. Sono dell’idea che tutto ciò vada a vantaggio reale di chi il fotografo lo sa fare e di conseguenza utilizza al meglio gli strumenti più adatti alle esigenze professionali. Questa differenza è percepita in gran parte anche dagli utenti smartphone malati di lomografia di massa sui social.

  4. Sì, ma proprio un intellettuale non può limitarsi alla deprecazione del cattivo gusto insorgente, alla denuncia dello scadimento medio (tutto da dimostrare) della qualità delle immagini; proprio un intellettuale deve domandarsi, di fronte a un fenomeno di massa, di fronte al successo di massa di una pratica, di un oggetto di consumo, quali bisogni reali (tutti disprezzabili?) siano stati intercettati dal mercato, quali funzioni sociali (tutte degradanti?) queste nuove pratiche e questi nuovi oggetti soddisfino meglio di quel che c’era prima. Anche i francofortesi, che inventarono il concetto-bersaglio di industria culturale, ammettevano che quando milioni di eprsone si commuovono epr una canzonetta commerciale, bisogna farsi qualche domanda, e soprattutto non disprezzare quel sentimento. I pericoli ci sono tutti: ma non si affrontano se non si scava un po’ alle radici.

  5. Francesco Vitellini scrive:

    “un purista reazionario che nega la modernità” non avrebbe mai affermato (in un vecchio post) che “scrivere è per tutti”.
    Chi ha usato questa definizione nei suoi confronti ha aperto la bocca e lasciato uscire lo spirito.

    Il problema, secondo me, sta proprio lì: l’idea malata che la modernità sia il superamento del “vecchiume”, dove il vecchiume stesso è definito da chi non lo conosce quasi per nulla.
    Modernità? No, assolutamente. Direi una esaltazione del “talento precario”.

  6. helios2012 scrive:

    Riporto queste sue parole solo per una riflessione, senza alcuna polemica nei suoi confronti perché ho condiviso in buona parte quello che ha scritto, .

    *** L’educazione al ribasso, il deterioramento del gusto non è un concetto vago. È una dura conseguenza di questi tempi. È impoverimento. È declino. Mi preoccupa. Sono un intellettuale. Ho scritto molti libri nella mia vita, insegno in una università, scrivo sui giornali. ***

    Lei pensa che molti che sono nelle sue stesse condizioni non abbiano qualche responsabilità di questo impoverimento?

    Non basta far conoscere autori famosi, sia nella letteratura che nell’arte con qualsiasi veicolo espressivo sia formulata. Prima di tutto bisognerebbe insegnare a coltivare i propri sensi e affinarli : senza questo si rischia di diventare solo automi e contenitori di informazioni a proprio uso e consumo e senza neppure accorgersi che a volte le finalità che dovrebbero servire a scopi più nobili vengono miseramente stravolte per foraggiare il proprio Ego.

    Forse bisognerebbe consigliare di coltivare anche ‘ l’onestà intellettuale’ che francamente mi sembra scarsa anche fra gli intellettuali stessi e sperando che anche lei sia d’accordo con me su questo punto.

    Pensa forse che sia un gallerista, un intellettuale a fare un artista nel senso più ampio del termine ?

    E’ solo il collezionista che fa il gallerista, l’artista e anche il critico, in base ai suoi desideri che non sempre sono finalizzati alla bellezza, alla cultura o semplice interesse, ma da ben altro di più venale, a cui molto spesso una certa ‘intellighenzia’ si inchina nonostante le belle parole di comodo.

    La ringrazio per lo scritto che mi ha dato l’opportunità di dire come la penso e le auguro un buon proseguimento.

    Concludo con delle parole di Ermanno Olmi di certo più rappresentative e significative delle mie.

    ‘’La vera cultura è la possibilità di cambiare la cultura.

    Oggi persino la spiritualità è diventata una forma di profitto e l’arte è la mascherata della vita che stiamo vivendo. Serve un atto di follia per superare tutto questo

    Ermanno Olmi ‘’

  7. eide scrive:

    L’idea è alla base di tutto,se è buona non importa il media che utilizzi… se poi stai dicendo che cè più gente che fa foto rispetto a quella che si iscrive a workshop…

  8. L’ha ribloggato su Libero il versoe ha commentato:
    Così come ho Rebloggato il primo post, mi sembra corretto fare lo stesso con questo. Per completezza di ragionamento; ancor di più visto che riportavo pensieri di un altra persona. Questo secondo post lo trovo condivisibile altrettanto, tranne che per un singolo passaggio. Domani scriverò due righe sul mio blog ragionando se è vero o meno che la qualità delle fotografie è davvero in calo o, se questa, è solo un’impressione. Buona serata a tutti.

  9. alex66ph scrive:

    Totalmente d’accordo con te ! Si sta confondendo la democratizzazione del mezzo con l’ampliamento dell’area clienti delle industrie produttrici di apparecchi fotografici. E il problema è che adesso si vendono estetiche pre-confezionate, app d’autore come le definisco io, ossia si vendono gli sguardi. E questo è il rischio più grande. In cambio di tutto questo ci viene chiesto di abbandonare la nostra capacità di vedere, di pensare. Insomma credo sia quanto meno il caso di riflettere…Consiglio a tutti di leggere “Per una filosofia della fotografia” di Vilem Flusser.
    Alessandro Cirillo

  10. alex66ph scrive:

    Si Michele, tu dici bene, ma non si può non ravvisare il rischio di una sostituzione degli sguardi degli individui con sguardi pre-cotti che soddisfano di certo il gusto medio ma lo fanno al ribasso. E’ un po’ come difendere le catene MacDonald solo perché “commercialmente” sono riuscite a creare un mercato mondiale e globalizzato del cibo. Tra l’altro anche loro ultimamente iniziano a cammuffare di localismi i loro prodotti. Ad Altamura,in provincia di Bari, un MacDonald è durato solo pochi mesi. Non per posizioni ideologicamente contrarie ma semplicemente perché in quel paese la gente mangia benissimo a casa propria o nei ristoranti locali e non rinuncia al gusto solo per “adeguarsi” ad un marketing aggressivo ma depauperante. Insomma tutto va bene ma abbiamo il dovere di interrogarci sulla direzione che stiamo prendendo.

    Alessandro Cirillo – fotografo

  11. Gianpaolo scrive:

    Credo ci sia un problema di fondo. La cultura non è per tutti, come non lo e’ l’ arte. Da quando si è pensato e permesso che un prodotto artistico ( che addirittura per natura anticipa i tempi) potesse essere ad uso e consumo di tutti, lo si è fatto per un unico scopo: marketing. Il concetto dell’ avere come filosofia di vita, superando il concetto dell’ essere ha prodotto una società di individui che vivono per consumare, senza pensare invece che in questo processo, loro stessi vengono consumati, fino a toccare la pura alienazione. Piu’ volte in Accademia ci siamo occupati del “problema”, ma e’ un processo inarrestabile ed irreversibile, se non quando si arriverà ad una naturale cessazione/morte (del processo) per varie combinazioni – ma non mi dilungo – di conseguenza ad un mondo nuovo.

  12. Franz scrive:

    No, Gianluca Calisti, non è vero “che tutto ciò vada a vantaggio reale di chi il fotografo lo sa fare”. Persino Caravaggio avrebe avuto difficoltà a trovare una commissione in un mondo di ciechi. Ed è questo che sta acadendo e che Roberto sta sottolineando: la caduta della qualità e del gusto si autoalimenta. Qualche giorno fa chiedevo a mio figlio quindicenne come mai non andasse mai al cinema: “Anche se non lo dichiarano, i film contemporanei sono tutti remake o pessimi sequel”. Vive con disagio l’assenza di idee creative nei vari campi. Ma lui ha viaggiato, con me o con sua madre, è ha visitato decine di paesi dal Vietnam all’Iraq al Giappone. La massa no, e ci sta portando a fondo.

  13. caro cotroneo, lavoro da un po’ su queste cose, ma in generale ti segnalo questo, che dà un’idea dell’ampiezza e serietà del dibattito:

    http://fatamorgana.unical.it/programma-parigi.pdf

    matteo meschiari (antropologo, università di palermo)

  14. D’accordo al 100%, poco altro da aggiungere, se non quanto detto da Gianpaolo qui sopra: la cultura non è per tutti, così come l’arte. Bisogna rassegnarsi

  15. Approvo in massima parte, se non per il “fotografo e musicista antitesi dell’intellettuale” che mi sa tanto di bohémien aggratis e – già che si parla anche di estetica – l’uso smodato del punto. Altro fenomeno sempre più frequente. Ed a mio avviso veramente pesante. Ma non voglio far quello che gli si mostra la Luna e guarda il dito, quindi ora scompaio.

    (anzi, prima butto lì un’altra questione: la produzione di foto e musica “di bassa qualità” in forma e sostanza è a mio avviso causata dall’inadeguata preparazione di chi riceve tanto quanto da quella di chi fa, e dal fatto che sono saltati tutti i mediatori tra queste due figure che possano fungere da censura. Pro e contro della livella-Internet.

    ((E ora che mi viene in mente: “non era mai successo prima”, parlando del cambiamento attuale. Ma nessun cambiamento “è mai successo prima”, sennò non sarebbe un granché…))

  16. alexpardi scrive:

    “Un crollo di resa e di qualità, in nome di una legittima popolarizzazione dei mezzi.”. Credo che il cuore della questione stia qui, e che sia qualcosa di ineludibile come la distribuzione gaussiana. Se si accetta (e quel “legittima” non lascia dubbi) la popolarizzazione, si deve accettare anche la conseguente mediocrità.

  17. Marco Ristuccia scrive:

    Mah, sinceramente non vedo questa allarmante emergenza.
    Chi sa usare la fotografia, intendo il suo linguaggio e la sua grammatica, sa cosa fare anche con uno smartphone e le applicazioni con i famosi “filtri” di post-produzione.
    Chi non la sa usare produrrà delle boiate anche e soprattutto con in mano un apparecchio grande formato o un dorso digitale medio formato da 20.000 euro e dalle qualità tecniche impressionanti.
    Il nocciolo della questione è solo il fatto che, grazie agli smartphone e al digitale, oggi la fotografia e le tecniche di post-produzione sono accessibili a tutti, e non più solo ad un gruppetto ristretto di “iniziati” e “ben educati”.
    Posto il fatto che un po’ di educazione all’immagine farebbe bene a tutti, e anzi io la introdurrei nei programmi della scuola dell’obbligo, lasciamo alla gente che non ha pretese artistiche né professionali la libertà di divertirsi come meglio crede. E non prendiamoli troppo sul serio!

  18. helios2012 scrive:

    E’ giusto che ognuno abbia le proprie convinzioni e le esprima come meglio crede.

    Devo però ammettere che non condivido molto le sue. La cultura e l’arte dovrebbero essere fruibili da tutti quelli che sanno accoglierla. E non è detto che chi è colto sappia accoglierla meglio di un altro. Un fruitore diventa lui stesso ‘operatore’ nel momento in cui si pone davanti ad un’ opera, sia con il suo bagaglio di conoscenza, ma anche di ‘limiti’ che possono anche essere dettati da altro pur avendo un certa cultura’.

    Lei avrà letto sicuramente ‘’Troppo bello per essere vero’’ di Erich Hebborn. C’è da rimanere di stucco e a questo punto ben vengano le persone ignoranti, se per ignoranti si intendono anime ‘vergini’ e ricettive.🙂

    Che poi come afferma lei si sia permesso potessero essere ad uso e consumo di tutti, mi sembra del tutto relativo. Si chieda invece chi ha permesso di pilotare artisti che delegano ad altri la costruzione delle loro opere basate più sullo scandalo e divulgazione mediatica spinta. Non credo siano persone né analfabete né non colte.

    Senza contare che un grande vero artista (piacciano o non piacciano le sue opere) precursore di una certa arte aveva compreso in anticipo lo scempio e l’abuso di certi meccanismi ponendosi fuori da catalogazioni di genere e limitando la divulgazione delle immagini delle sue creazioni. Infatti diventa quasi improbabile trovare in rete le opere di Gino De Dominicis.

    Il mondo nuovo si crea e non si aspetta che muoia quello vecchio. Lei sa più di me che in un campo arido dimenticato da tutti è improbabile che cresca qualcosa che non sia infestante. Si deve continuare a coltivare i semi ‘mettendoli a dimora in altri contesti e con modalità diverse da quelle differenti e fuori dalle leggi di mercato. Questo è il mio modesto punto di vista.

    Le auguro una buona giornata!

  19. Daniele Zarri scrive:

    il problema é che alla massa,questi effetti da smartphone cominciano a piacere….ho cominciato da li,la passione mi ha portato a venirne fuori,non sarà così per molti,la casta dei fotografi a volte é chiusa e snob.
    la gente preferisce ricevere complimenti dagli amici con due effetti orrendi piuttosto che lottare per migliorarsi, contro osservatori che sono più portati a criticare o snobbare piuttosto che trovare soddisfazione nel crescere un cadetto.
    Sto parlando del mondo facile del web,livelli di punta sono altra cosa.
    Resto dell’idea che un bel messaggio arriva se ben scritto dentro qualsiasi tipo di bottiglia.

  20. Gianpaolo scrive:

    @ Lei scrive: …”Devo però ammettere che non condivido molto le sue. La cultura e l’arte dovrebbero essere fruibili da tutti quelli che sanno accoglierla”…. Quindi?

    Io ho solo scritto che la cultura non è per tutti, come non lo e’ l’ arte. Mentre Lei dice: … “La cultura e l’arte dovrebbero essere fruibili da tutti quelli che sanno accoglierla”… Non vedo la differenza.

    Quando scrivo CULTURA, non mi riferisco a nozionismo sterile, ma ad un processo attivo della mente e dell’ anima. La capacita’ di rielaborare contenuti, in virtu’ di un modo di essere che non e’ rappresentato unicamente dal nozionismo. Gli atenei son pieni di personaggi ricchi di nozioni, ma poveri di cultura. Poche persone hanno il desiderio, passione, impegno da offrire in tributo (uso questo termine perche e’ obbligatorio) all’ Arte.

    Se dicessi che fare il carrozziere oppure il ladro – senza nessuna correlazione tra i due mestieri – non e’ da tutti, troverei molto strano che Lei mi rispondesse il contrario.

    Per l’ Arte vale la stessa cosa. L’ arte e’ un “mestiere” come il mestiere di vivere…

    Invece come da sue testuali parole: “Il mondo nuovo si crea e non si aspetta che muoia quello vecchio” mi riferivo semplicemente a quello che accade ad un seme prima di germogliare: marcisce nella terra, in termini diversi “muore”. Finisce in pratica, un processo inevitabile (mortale) e ne inizia un altro (vitale). Per l’ uomo vale la stessa cosa.

    Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma… inutile citare (notando che a Lei piace molto citare) chi scrisse il proverbio/formula, lo conosce benissimo, no?

    Le auguro una buona giornata.

  21. helios2012 scrive:

    Grata di questo confronto che ha portato a chiarire meglio il proprio pensiero a scanso equivoci.
    Le mie citazioni riguardano solo chi mi ha regalato qualcosa in termini di pensieri o ricerca della verità ed è giusto che vadano ricordati. Come avrà notato non ho citato artisti e quant’altro, se pur di tendenza, che aderiscono a sistemi che non mi piacciono.

    Essere artisti (sempre abbia ancora un senso il termine) è una condizione dell’essere, se poi se l’arte è finalizzata solo ad un mestiere è altro ancora.

    La mia conoscenza si limita solo a quello che mi interessa per il resto sono profondamente ignorante : sicuramente persona da non prendere ad esempio 🙂

    Buone cose a lei!

  22. […] settimana scorsa. Si, perché proprio oggi, l’autore, ha scritto un secondo post sul tema (QUI). O meglio, visto che il primo ha provocato uno tzunami (è stato letto da 600.000 […]

  23. edoardovigoni scrive:

    Completamente d’accordo con il tuo pensiero, la tecnologia moderna sta purtroppo (a mio parere) facendo sparire spesso il senso del gusto di una bella foto, di un ricordo da stampare e da appendere in casa, come di tante altre cose. Credo che tutti riflettendo un attimo concorderebbero che l’emozione che comporta vedere dal vivo la Gioconda è completamente differente da quella di vederla su un libro d’arte. E’ un po’ la stessa differenza di una foto fatta con una vera macchina fotografica, stampata e incorniciata e una foto fatta da uno smartphone che si può vedere solo sul suo piccolo display.

  24. Trovo molto interessante il tuo commento, ma devo correggerti sul significato di “fotografia”. Non è “disegno con la luce” ma “disegno la luce” così come la geografia disegna la terra e non con la terra e la geometria la misura e non misura tramite la terra. A ben vedere è forse quindi più “fotografia” quella digitale (che disegna la luce grazie ai software di cui si parla negli articoli) rispetto a quella dei calcoli di traiettorie e lenti e esposizione, in cui si cerca una luce ben precisa (o la si trova nel caso di scatti improvvisi) per ottenere un certo effetto e allora sì che la luce è strumento e qui si disegna con la luce…

  25. Hologhost scrive:

    Certo è qualcosa sul quale riflettere un po’,ci vuole tempo, ma prima di tutto bisogna recuperare una vita che sia a misura di essere umano, credo che inizi da lì l’inversione di tendenza.

    La ringrazio per lo spunto riflessivo.

  26. luciamarchitto scrive:

    Come dicevo nel commento all’altro articolo le persone usano un mezzo facile per tanti motivi e spesso senza pretesa di essere fotografi. Ciò che, secondo me, costituisce un danno non è tanto la qualità in quanto anche il profano riconosce una buona fotografia da una “ciofeca”, ma la quantità di immagini che rischia di annullare l’immagine stessa. Da un po’ di tempo rifletto sulla malattia detta Alzheimer sia come malattia in sé che come metafora della nostra società. Tempo fa scrissi questo piccolissimo racconto che parla anche di questa mania di fotografare ogni sbadiglio di vita , se non disturbo e con nessuna intenzione di pubblicizzare un mio scritto, se dovesse infastidire tolga pure il commento, lo si può leggere qui: http://luciamarchitto.wordpress.com/2014/05/28/di-cosa-mai-possiamo-parlare/

  27. nedo P . Grasselli scrive:

    Vorrei analizzare una cosa : perchè a scuola non insegnano più disegno a mano libera? perche credo di rispondere, non si insegna creatività cioè non ci sono insegnanti che non SONO CAPACI!!!

  28. nedo P . Grasselli scrive:

    perchè parlo di disegno anzichè di fotografia …andate a vedere i diari di helmut newton ……appunti disegni , descrizione di luci, sensazioni schizzi e pezzi di giornale……………..un creativo non smette mai di lavorare anche quando dorme lavora…e deve essere remunerato adeguatamente-

  29. Chiara scrive:

    Buongiorno,

    personalmente ho letto anche il suo precedente articolo e devo dire che mi trovo d’accordo con diverse considerazioni. Io uso ogni tanto una reflex (abbastanza buona) e stampo spesso le foto che faccio. Le mie foto sono postprodotte con photoshop, ma non mi piace esagerare, modifico giusto l’esposizione e qualcos’altro, che mi permette di recuperare alcuni dettagli. Effettivamente mi è stato chiesto diverse volte di stampare foto fatte con la reflex e anche altre scattate invece con compatte e cellulari e la differenza è enorme e ciò si vede soprattutto ad un certo ingrandimento.
    Per quanto riguarda la post produzione esagerata di cui parla, beh bisogna saperla fare, altrimenti è meglio lasciare la foto così com’è.

    Cordiali saluti

    Chiara

  30. thewhitecabbage scrive:

    la democretizzazione ha portato un omologazione al ribasso , sono d’accordo . Mi rendo conto nel mio piccolo quotidiano, che si stanno formando in me delle pericolose crepe nella mia solida struttura di passiva accettazione di questo silente pericoloso fenomeno .

  31. 0rco scrive:

    Io non sono un fotografo e so pochissimo di fotografia. Ma apprezzo questo articolo e la generalizzazione che fa.
    E’ vero la tecnologia fatta per il popolo ha drasticamente abbassato il suo livello qualitativo.
    Un esempio lampante sono i prodotti Apple, mi preme precisare che ogni buon fotografo solitamente utilizza questa marca per l’editing, e continuo a non spiegarmi il motivo, non ha niente di più rispetto agli altri oltre al prezzo e i suoi prodotti non permettono modifiche hardware e software.
    Apple ha diffuso in massa anche i touch screen, “innovazione tecnologia” esistente dagli anni ’80, ma che non è mai stata utilizzata perchè sporca lo schermo e non ti permette di vedere quello che stai facendo! Apple l’ha diffusa sui cellulari, in modo che anche una scimmia potesse utilizzarlo, rallentando di molto la velocità delle periferiche (provate a scrivere un testo senza errori con un touch e con una tastiera fisica), ed indovinate un pò: sporcando lo schermo e coprendo la visuale dell’operatore. L’utilizzo di massa di questi smartphone, che di smart hanno poco perchè sono poco inclini a modifiche e cambiamenti, oltre a distruggere i concorrenti ha rovinato anche lo sviluppo dei portali. Oggi giorno se si costruisce un portale internet devi farlo per forza di cose a misura di cellulare o tablet, questo implica moltissimi limiti anche nella tecnologia e nello sviluppo del software e della grafica.

    Tutto questo mi ricorda troppo il film idiocracy…

  32. MaGMo scrive:

    Oppure si pensa a un fotografo come Miroslav Tichý e si capisce che la vera arte non ha bisogno dell’ultimissimo modello di camera in commercio.

    http://blog.contemporarytorinopiemonte.it/?p=1417

  33. magmo scrive:

    Oppure si considera un fotografo come Miroslav Tichý e si capisce che la vera arte non ha bisogno dell’ultimissimo modello di fotocamera in commercio.

    http://blog.contemporarytorinopiemonte.it/?p=1417

  34. José Luis Tagliaferro scrive:

    Forse stiamo andando verso un mondo molto semplificato, dove non sono necessarie le fotografie pensate con attenzione, dove si può scrivere senza i congiuntivi, dove le tabelline sono un mistero appartenente al passato, ecc.
    I colpevoli non sono gli strumenti, siamo noi.

  35. Caro Roberto, penso che tu abbia c’entrato il punto e che oggettivamente, quello da te descritto è la verità e non si può che essere d’accordo. L’occidente sta subendo un declino culturale molto forte e la fotografia è solo una delle tante cartine tornasole che mettono in luce questo fatto. Grazie

  36. Donato Chirulli scrive:

    Approvo in tutto e per tutto!
    Progresso dovrebbe significare “Miglioramento”, ma non è il nostro caso. Più passa il tempo e più l’educazione al bello viene meno. Ormai, ci siamo abituati al brutto, all’orrore, alla pochezza ed al Male……
    Difficile continuare così……

  37. Vorrei portare la vostra attenzione su questo post di Toni Thorimbert riguardante la questione..credo che abbia centrato il punto http://www.tonithorimbert.blogspot.it/2014/10/the-cameras-volume-01-4×5-inch.html?m=1

  38. stefanodruetta scrive:

    Lei incolpa lo strumento di colpe che lo strumento non ha.
    vogliamo per caso andare dai produttori di coltelli a dirgli che è colpa loro se qualcuno usa lame come armi bianche e non come utensili da cucina? lamentiamoci del baratro a-culturale in cui siamo finiti, e cerchiamo delle soluzioni. perché c’è sempre quella citazione attribuita un po’ a W.Benjamin e un po’ a Laszlo Moholy-Nagy che recita: «Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro.» bene quel futuro è arrivato da un pezzo, e tutti abbiamo una macchina fotografica vera e propria in tasca, che a Lei piaccia o meno.

    una volta c’era il lavoro dello scrivano: oggi bene o male tutti sappiamo leggere e scrivere. no non disturbiamo l’OCSE che dice che poi però non sappiamo capire ciò che leggiamo o scriviamo..
    con la fotografia sta succedendo la stessa roba: tutti sappiamo fare click, pochi sanno raccontare con le immagini. ciò che Lei afferma, ovvero che facciamo foto di merda, è sostanzialmente vero. ma lo è a prescindere dallo strumento che si usa e quali filtri.
    prima di instagram, flickr era il social network di “chi gli piace la fotografia”. ed era un turbinio di commenti inutili a fotografie inutili e pure brutte, scattate male e postprodotte peggio. con la stessa quantità di pensiero creativo/comunicativo che c’è nella stragrande maggioranza delle fotografie pubblicate oggi sul portalone fotografico di facebook.
    in molti Paesi instagram è uno strumento di lavoro, nel senso che l’azienda taldeitali ha un fotoreporter incaricato di documentarne e divulgarne le attività istantaneamente (sic!) con la fotocamera del proprio telefonino. qui se vai da chicchessia a dirgli «hei voglio diventare il tuo instagrammer aziendale!» prima prende il Thesaurus per capire checcacchio di parola sia quella, poi per non sbagliarsi te lo da in testa!

    se Robert Frank decidesse di fare oggi The Americans, con che strumento Lei crede andrebbe in giro? ed il Cartier Bressons che cita? ma se l’è poste queste domande? ha pensato quali strumenti abbiano scelto questi autori in relazione all’epoca in cui hanno realizzato i propri lavori, e perchè? ed ha provato a collegare questi ragionamenti col mondo attuale?
    infine, gli smartphone non hanno supergrandangoli come Lei afferma (e meno male!!) ma una focale approssimabile ad un 40mm. forse Lei si riferisce alle immagini panoramiche? e sui filtri: ma lo sa che le statistiche affermano che più del 40% delle immagini che vengono pubblicate su instagram non sono “filtrate”?

    e si ricordi che: THE BEST CAMERA IS THE ONE YOU HAVE WITH YOU
    che è poi anche il titolo del mio personale diarietto fotografico fatto col telefonino e stampato via internet (ha letto bene, STAMPATO) e che di solito riscuote più successo del mio portfolio da professionista: http://it.blurb.com/books/5160286-tbcit1yhwy_2013

    stefano druetta, professionista in ambito ritrattistico e documentaristico.
    nel 2013 realizzo col telefonino le immagini “social” per i Garden Of Alibis – Casa Bacardi Live – Homeless Tour. DISCOFORGIA usa una mia fotografia come copertina del suo remix di Trust – Heaven. nel 2014 mi viene affidato il profilo instagram @cuervolucion per Tequila Jose Cuervo.

  39. smargiassi scrive:

    Alessandro, gli sguardi fotografici degli individui sono sempre stati mediati da apparati tecnologici, si tratta semmai di capire come, in che misura e soprattutto perché. Se il ruolo dell’intellettuale è solo quello di fare una smorfia disgustata dicendo “voi fate foto deplorevoli e manco ve ne accorgete, io sono un intellettuale e ho più gusto di voi”, be’, non serve a molto. di fronte all’esplosione di un consumo di massa, soprattutto se coinvolge pesantemente le emozini e l’immaginario della gente, io apprezzo chi cerca di farmi capire auali dimaniche sociali, culturali, emotive, e ovviamente anche commerciali ci stanno dietro. Un intellettuale non è un arbiter elegantiarum, è un cercatore di senso.

  40. Il problema è che ci sono troppe persone che si spacciano per fotografi, e pur di apparire danno gratis le loro foto a giornali, etc… creando problemi a chi di fotografia lavora…ma fino a che, come al solito, in italia non ci sarà un controllo su chi è un vero lavoratore di fotografia, e chi fa tutto in nero, giornali etc… continueranno ad usare i vari scattini orribili di questi personaggi

  41. Maurizio scrive:

    È un declino culturale generale, non un caso di fotografia o musica. È proprio culturale.

  42. Patrizia scrive:

    Grazie, Roberto.
    Condivido, in tutti i sensi. E aggiungo che questo sta avvenendo non solo nel linguaggio artistico visivo ma anche nell’uso della lingua.
    Il rammarico vero, finale, è che la sovrapproduzione di oggi, mossa dalla mercificazione del prodotto definito “artistico” (che il più delle volte è solo commerciale), lascia in eredità alle generazioni future l’idea che fare arte sia fare questo: produrre e acquisire “tituli”. Come uno sport.
    Hai visto la polemica suscitata dalla mostra di “opere d’arte invisibili” a New York? Parlo anche di questo, parlo della tristezza che suscita la constatazione che milioni di persone vogliono “produrre” arte. Magari poi aprono a caso una pagina di Montale e non si commuovono.
    Questa, è la rovina.

    P.S.: ho letto “Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome” una decina d’anni fa. Lo apprezzo molto. Lo lessi prima di altri romanzi molto più “famosi”, Marquez, Saramago, Pessoa. Mi piacque il titolo e lo lessi. Non c’era nessuna ragione per preferirlo ad altre letture per così dire “da manuale”, semplicemente, una volta concluso, trovai che era un’opera genuina. Ecco cosa intendo, quando penso al “fare arte”, diversamente dal produrla. Chi vuol produrre per arricchirsi (di soldi, gloria, fama), può sempre fare politica. Lì c’è grande spazio per gli illusionisti.
    Grazie, un abbraccio.

    Patrizia (Modena).
    patrizialeonardi@icloud.com

  43. Patrizia scrive:

    Grazie, Roberto.
    Condivido, in tutti i sensi. E aggiungo che questo sta avvenendo non solo nel linguaggio artistico visivo ma anche nell’uso della lingua.
    Il rammarico vero, finale, è che la sovrapproduzione di oggi, mossa dalla mercificazione del prodotto definito “artistico” (che il più delle volte è solo commerciale), lascia in eredità alle generazioni future l’idea che fare arte sia fare questo: produrre e acquisire “tituli”. Come uno sport.
    Hai visto la polemica suscitata dalla mostra di “opere d’arte invisibili” a New York? Parlo anche di questo, parlo della tristezza che suscita la constatazione che milioni di persone vogliono “produrre” arte. Magari poi aprono a caso una pagina di Montale e non si commuovono.
    Questa, è la rovina.

    P.S.: ho letto “Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome” una decina d’anni fa. Lo apprezzo molto. Lo lessi prima di altri romanzi molto più famosi, Marquez, Saramago, Pessoa. Mi piacque il titolo e lo lessi. Non c’era nessuna ragione per preferirlo ad altre letture per così dire “da manuale”, semplicemente, una volta concluso, trovai che era un’opera genuina. Ecco cosa intendo, quando penso al “fare arte”, diversamente dal produrla. Chi vuol produrre per arricchirsi (di soldi, gloria, fama), può sempre fare politica. Lì c’è grande spazio per gli illusionisti.
    Grazie, un abbraccio.

    Patrizia (Modena).
    patrizialeonardi@icloud.com

  44. angela chiocchetti scrive:

    finalmente qualcuno che ha il coraggio di scrivere quello che pensa sul decadimento di quelle che si dovrebbero definire arti. Tutti fotografi, tutti artisti, tutti scrittori, tutti superman…..Siamo veramente arrivati al massimo della presunzione grazie alle tecnologie che ci illudono di essere dei geni.

  45. Paola Palmaroli scrive:

    L’ha ribloggato su Aithne.

  46. anphotoartFrank scrive:

    La fotografia intesa come professione “artigiana” è morta con il digitale. Bisogna farsene una ragione. Basta sfogliare FB, ci sono più fotografi che mosche, parafrasando Ando, di converso effettivamente non esistono, professionalmente. La qualità è un falso problema conseguente. A mio avviso nei prossimi anni, ma nessuno può esserne certo, rimarrà quasi solamente la fotografia “d’arte” (tra virgolette). Il resto, corrispondente ad oltre il 90% dell’attività fotografica precedente, sarà svolta da dilettanti – fotoamatori (vedi FB) che si definiscono impropriamente fotografi (intendendo che NON svolgono un’attività professionale, ovvero non ci campano, nessuno li paga, spesso pagano per fotografare). Quando nacque la fotografia i pittori tradizionali scomparvero in breve tempo, rimasero solo gli “artisti”. Oggi a nessuno verrebbe in mente di chiamare un pittore per avere su tela il panorama mozzafiato, basta una stampa fotografica, scattata pure di un incapace aculturato: è sufficiente posizionare la digitale sul “verde” e la foto sarà “perfetta” per tutti, o quasi. Il quasi sarà la riserva indiana.

  47. […] Un paio di settimane fa Roberto Cotroneo ha ricordato che scattate fotografie orribili senza saperlo. Vi stanno ingannando e poi ha pure rispiegato perché non dobbiamo svenderci. […]

  48. Paola - Roma scrive:

    Aggiungo .. anche nella recitazione avviene la stessa cosa. Questa iperproduzione di fiction ,soap ,serie tv , sitcom ha messo sul mercato una quantità tale di attori/attrici o presunti tali, molti solo perché “belli/belle” , che il livello si è molto abbassato.. ai nostri figli cosa rimane? L’importanza di saper recitare o quella di dover apparire?

  49. Se ti indico la Luna non guardare il dito stolto!! bellissimo articolo con enormi spunti di riflessione!!

  50. cotroneo scrive in modo intelligente ma è uomo intelligente come bruto fu un uomo d’onore, vale a dire l’ombra sua ad un certo punto lo tradisce; qualche giorno or sono mi domandavo sul senso da attribuire ai “mi piace” e alle “condivisioni” tanto disperse e disperdentesi in immensità digitali da diventare milioni di contatti umani … anche questo suo articolo s’è moltiplicato se non a milioni a migliaia – cosa che per gente da pochi lettori come me è sempre motivo di invidia (altro che felicità d’esser soli!) … e questo suo gran successo nel parlare di fotografia a umani che ormai son tutti fotografi è dovuto appunto al fatto che in lui l’intellettuale s’è messo a fare da ombra all’intelletto. A volere pensarla in modo opposto al suo: la trivialità di selfie et similia s’è messa a fare ombra alla vuotezza della Tradizione (e qui la maiuscola ci vuole). Riporto il brano che mi costringe a dire “eppure cotroneo è un uomo intelligente”: “… il deterioramento del gusto non è un concetto vago. È una dura conseguenza di questi tempi. È impoverimento. È declino. Mi preoccupa. Sono un intellettuale. Ho scritto molti libri nella mia vita, insegno in una università, scrivo sui giornali. E anche sul mio blog. Ritengo di avere il dovere di denunciare e di aprire una riflessione su queste cose. Se poi molti hanno l’insulto facile perché sfruttano al meglio la spazzatura del web. Pazienza. Me ne farò una ragione. Ma spero di aver aperto un dibattito che non si fermi allo snobismo di chi usa una Leica a telemetro rispetto a chi usa il piccolo Samsung, ma che vada ben oltre. Vada al fondo della nostra ricchezza interiore, di quello che dobbiamo pretendere dalla bellezza e dall’arte. Di quello che è giusto riprendersi, senza svenderci a nessuno”. Perdonami caro roberto, nella rete sono una esile esilissima minoranza, dunque lasciami un poco scherzare con te …

  51. Damiano scrive:

    Il suo articolo è straordinario, purtroppo ci si disturba ancora troppo sul concetto del mezzo perché considerato l’artefice della fotografia, di fatto la discussione si è ingarbugliata su “con cosa realizzare una fotografia” ed eventualmente poterla definire tale se fatta con sensibilità… È evidente che se si chiedesse come funziona una fotografia probabilmente in pochissimi saprebbero rispondere, fotografi compresi, nonostante sia un argomento da comprendere ancor prima del corso base dove insegnano a schiacciare “bene” i bottoni della macchina fotografica. Al di là di questo, a tal proposito mi viene in mente un libro di Alessandro Baricco ” I BARBARI”, e il progressivo imbarbarimento culturale e sociale verso cui ci stiamo dirigendo nella più totale indifferenza.

  52. Carlo G. Cobianchi scrive:

    …bene,é una battaglia necessaria,persa…ma necessaria…io continuo,é facile abbituarsi al facile,giá pronto,immediato…peró non é lo stesso…gli zeri e uno formano una immagine,no una fotografia…continuo a fotografare….
    Carlo G.Cobianchi

  53. Claudio scrive:

    Mi piacerebbe vedere un esempio di chi si erge a grande fotografo usando uno smartphone. Altrimenti questa è una critica ai mezzi, ed i mezzi che sono anche Media. Sono in mano a chi li usa e in mano a chi li legge. Se non ho cultura e leggo un libro di Eco, con fronte testo in latino, lo troverò pesante, noioso, al limite della logorrea ed incomprensibile; invece se i miei studi classici hanno poi accompagnato un approfondimento su testi, e modi diversi di scrivere e leggere, troverò lo stesso libro di Eco un elogio alla letteratura, un testo che fa dell’estetica del linguaggio una virtù, che usa la semantica come base.
    Il messaggio non è il messaggio ma il mezzo che lo trasporta? (Marshall McLuhan)
    Non possiamo sapere tutto e non possiamo essere tutto. Credo che il gioco, che è alla base di moltissime foto fatte con gli smartphone, sia l’azione diretta che porta alla foto. Ci sono anche delle emozioni: l’innamorato che dipinge il tramonto con filtri bizzarri per la sua nuova fiamma, il papà che rende soffice il contorno del viso del suo nuovo nato, i milioni di gatti (sostituti di assenze) che girano per il web, eccetera.
    Penso che il mondo sia un bel posto dove ognuno deve poter fare quello che vuole e se per sua sfortuna fa altri lavori che non siano il fotografo, lo scrittore, l’architetto, l’artista, gli si debba lasciare la possiblità di giocare; ovviamente se poi critica a sproposito è chiaro che lo si può accompagnare in modo gentile alla compresione del tratto di Monet, alla profondità di un taglio di Fontana, rifiuto dell’arte di Manzoni, alla forza di Mozart, al gentil suono di un’operetta, eccetera.
    Lasciateci giocare.

  54. Walter Pagliei scrive:

    Innanzitutto che cos’è la fotografia? Come nasce un’ immagine? E’ importante lo strumento che si adopera? Ho visto immagini bellissime e conosciuto molti dei loro autori. Tutte persone diverse tra loro con approccio diverso all’ immagine da creare. Molti credono che una bella immagine sia dovuta al trovarsi al posto giusto nel momento giusto con lo strumento giusto. In realtà senza la competenza tecnica di chi scatta questo quasi sempre non è vero. Fate una prova voi stessi andate con i vostri smartphone in posto dove c’è un evento qualsiasi. Andateci in 10 state vicino uno all’altro per avere un punto di vista simile e scattate. Il risultato probabilmente sarà che molte foto si assomiglieranno ma alcune saranno completamente diverse da tutte le altre. Questo perché la foto nasce all’ interno di ciascuno di noi, perché ognuno di noi vede cose simili ma diverse tra loro. Quello che vedevano gente come Lartigue o Cartier Bresson era il loro punto di vista personale che era il punto di vista di due grandi fotografi.

  55. Buongiorno a tutti

    Mentre in Italietta si favella assai, assai, oltre ventimiglia si producono immagini di qualità, con o senza il cellulare, dentro e fuori da Instagram, su supporto digitale o cartaceo.

    http://outofthephone.com/en/

    Con il solito e puntualissimo ritardo ci arriveremo anche noi.
    Baci a tutti e un augurio di Buon Anno.

  56. Danda scrive:

    Condivido in pieno con le sue considerazioni. Ognuno oggi ha la possibilità di vivere la fotografia liberamente e senza pretese. Chi sa guardare e cercare oltre i filtri continuerà a farlo, chi invece non lo sa fare o non ne è interessato ha tutto il diritto di fare le sue foto brutte (per qualcuno) senza sentirsi responsabile di un “disastro culturale”. Leggo che Cotroneo ha pubblicato un libro intitolato “Il sogno di scrivere. Perché è giusto realizzarlo”. Perché non dovrebbe essere lo stesso per la fotografia?

  57. Lorenzo scrive:

    Caro Roberto,
    Con un po di ritardo ho letto il tuo articolo. Mi considero un amatore professionale fotografo è sono completamente d’accordo con te. Sì è vero oggi la tecnologia ha fatto passi avanti, oggi le foto vengono fatte in una quantità assurda dove poi una grande percentuale viene cancellato. ( Dove rimangono i ricordi? E l’arte? ) Oggi si usa il fotoshop, ( facile creare ) in passato anche noi avevamo il fotoshop, era quello di spendere ore in camera oscura per creare una foto artistica e irripetibile. Senza offendere nessuno, concludendo che è solo una mia opinione. Lorenzo

  58. danielaptrainer scrive:

    Il problema per me è solo uno, viviamo in un modo che è solo ipocrisia. Ci spacciamo per tutto, fotografi, artisti, intellettuali, esperti i musica ecc, e non sapiamo nulla di nulla…a chi la vogliamo dare a credere, a chi vogliamo piacere? Pensiamo che gli altri siano stupidi e non si accorgano che siamo delle nullità? Io sono una grafica non una fotografa, e considero foto solo quelle senza ritocchi, neppure per scurire e schiarire…la foto la hai fatta cosi’ se è belle è bella ed hai fatto una bella foto;se la ritocchi non è piu’ una foto, diventa un disegno, quindi hai fatto una brutta foto ed un mezzo disegno perchè di disegnarlo tutto non sei capace….Io mi sentirei un fallito e cambierei strada…altro che spendere patrimoni in lenti:::::

  59. Roberto scrive:

    Buongiorno Roberto e grazie per entrambi gli articoli: quello originale e l’approfondimento.
    La prima cosa che mi ha suscitato questo articolo è un sorriso: ora capisco perché le foto che faccio con un iPhone 4S sembrano migliori di quelle che faccio (con la stessa modalità automatica inquadra&scatta) con una Canon powershot G9; il colore è trattato in modo diverso dallo smartphone, ma in effetti è meno naturale.

    Le macchine fotografiche digitali hanno dato a tutti la possibilità di scattare molte foto, anche solo per ricordo, senza dover spendere molto in rullini e sviluppo. Gli smartphone, poi, hanno dato la possibilità di portare sempre con sé uno strumento in grado di catturare l’attimo, con tutti i limiti del caso.

    Questi aspetti sono i lati positivi delle nuove tecnologie di massa ma, come dici anche tu, c’è un livellamento verso il basso nella qualità di tutto quello che è digitale: musica, libri, foto e video. Evitiamo di estendere il discorso alla società, ma permettimi una parentesi: la teoria secondo cui “tutti possono fare tutto” sta portando ad un livellamento verso il basso di tutto il sapere e con il passare degli anni questo sarà un problema sempre più evidente.

    Ho deciso, dopo aver letto i tuoi articoli, di comprare una reflex economica e un buon libro di fotografia (me ne puoi consigliare uno?), chissà che studiando e provando, tra qualche anno, non sia diventato un fotografo migliore.

  60. Roberto scrive:

    Mi trovi sostanzialmente d’accordo, anche se secondo me la foto non é solo disegnare la luce, ma soprattutto esprimere qualcosa, e questo qualcosa é anche bello poterlo postare e mostrare, pur sapendo che non si é Cartier-Bresson, il quale secondo me sarebbe stato felice di avere un IPhone.

  61. Neido scrive:

    Si paragona la fotografia scadente a dei ristoranti di basso livello… Ma non si può certo obbligare la gente ad andare a mangiare dove si ritiene che la qualità del cibo sia migliore! ognuno è libero di fare quel che gli pare, di mangiare dove gli pare, di sentire la musica nel modo che gli pare e di scattare e ritoccare tutte le fotografie che gli pare. Ai “fotografi DOC” il resto sembra una marmaglia non informata su quello che fa. Si è domandato per caso qual’è il motivo per cui fanno fotografie? cosa li spinge a farlo? Io, come lei, e tanti altri qui apprezziamo e cerchiamo di imprimere in quel foglio di carta lucida un pezzo di realtà sotto forma di opera d’arte, e spesso il motivo per cui scattiamo è questo, o affine; il rimanente 99% invece? probabilmente semplicemente vuole prendere traccia di un momento particolare, per cui non gli interessa una beata mazza di come il momento rimanga impresso, ma del fatto che effettivamente ci rimanga, e quindi, ecco i grandangoli, ed ecco l’estremizzazione di colori vivaci e messe a fuoco a tutto campo. Il motivo, a mio parere, c’è; e compreso il motivo, anche il mezzo acquista giustificazione! Lo stesso identico discorso può essere fatto per la musica: a me interessa ascoltare musica, o ascoltare la perfezione riproduttiva della musica? dipende! io personalmente, fotografo e musicista per passione, amo sia l’uno che l’altro, sia in fotografia che in musica, mi interessa e quindi approfondisco le mie conoscenze. Un’altra persona magari non ha interesse nell’andare ad approfondire cosa “ci sta sotto”, ma ascolta musica e fa fotografie lo stesso, perchè gli piace così. Sinceramente, non ne vedo il problema; anzi, meglio che non ci sia il problema, altrimenti da qui a ritornare alle arti esclusive per elite intellettuali il passo è breve!

  62. Renato Corpaci scrive:

    Non ho letto tutto. Spero di non ripetere un concetto già espresso. Però, in sintesi, ben vengano gli smartphone, purché esistano vere macchine fotografiche con lenti molto sofisticate (il tutto a un prezzo adeguato) che permettono a chi ha la pazienza, il tempo e le possibilità economiche di fare cose fotograficamente apprezzabili e magari anche commerciabili.

  63. Renato Corpaci scrive:

    Aggiungo una riflessione. Con le polaroid, che facevano delle foto orribili, qualcuno ha fatto dell’arte. David Hockney, tra i tanti.

  64. Guido Fabrizi scrive:

    C’era anche la Polaroid 50×60 cm con la quale si facevano immagini splendide… Il problema è che tutto è stato masticato e sputato via dal marketing delle multinazionali della fotografia…

  65. Giovanni Baruzzi scrive:

    Non sono un professionista dell’immagine, ma un fruitore attento e rimango molto perplesso da quanto scritto qui sopra: ogni volta che c’è un cambiamento di paradigma, tanti professionisti si rendono conto che i loro strumenti non incidono più come prima e si preoccupano.
    Temo che la discussione qui sopra sia avvenuta in forme molto simili parecchie volte nel corso degli ultimi 200 anni. Parole scritte per niente, perché tanto la Storia non se ne cura e va avanti.

    Poi ricordo anche un’immagine, bellissima, fatta da un amico, un noto professionista milanese, fatta proprio con uno smartphone.

  66. La cultura visiva e l’educazione alle cose ben fatte dovrebbe essere fatta in età molto antecedente a quella dell’uso di un qualsiasi strumento: solo così si formano “manici”.

  67. Massimo Tamberi scrive:

    Caro Cotroneo, le riporto qui, citando a memoria, dunque con possibili imprecisioni, una riflessione di Giacomo Leopardi: “La saggezza economica dei tempi moderni si vede dalle edizioni cosiddette compatte, dove il consumo della carta è poco e quello della vista infinito”

    Il mio commento: Leopardi la carta se la poteva permettere comunque … ma tutti gli altri?

  68. L’inizio del 900 e stato caratterizzato dalla rivoluzione industriale, l’inizio del nuovo millennio dalla rivoluzione digitale, quest’ultima ha portato grandi cambiamenti in tutti i settori ma in particolare nella comunicazione, nella musica e nella fotografia. Oggi non è più necessario imparare ad usare una macchina fotografica, le attuali fotocamere e gli smartphone sono come dicono gli americani “idiot proof” a prova di idiota. Ma non bisogna dimenticare che un conto è scattare una fotografia cromaticamente corretta perfettamente esposta e a fuoco , altra cosa è scattare una bella fotografia. La tecnologia ci consente di fare foto tecnicamente perfette e qualora si riesca a sbagliare vengono in aiuto i software di fotoritocco, con i quali peraltro è possibile intervenire in post produzione per tentare di dare un bel vestito ad una ragazza brutta.Il digitale ha portato ad una democratizzazione della tecnica fotografica e con sé anche l’illusione che poter fare una bella foto sia possibile per chiunque. Ma non è così , nella enorme quantità di immagini che troviamo ogni giorno in rete, poche sono le foto veramente belle, la maggior parte sono cartoline illustrate preconfezionate, tecnicamente perfette ma senza un’ idea, vedo troppo spesso foto banali, inutili. Quello che conta è il progetto, la capacità di vedere il bello, per esempio nel quotidiano che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni ma non osserviamo. Bisogna imparare a farsi sedurre dal fascino del banale e rielaborarlo creativamente. E’ facile fare una foto ad una bella ragazza altra cosa è fare una bella foto ad una ragazza. La tecnologia digitale ha portato enormi vantaggi ed ha arricchito di potenti strumenti il linguaggio fotografico aumentando enormemente la tavolozza dei colori a disposizione dell’artista, ma creatività, idea e originalità sono ancora una prerogativa di colui che scatta la foto. La più moderna fotocamera non sarà mai in grado di farti capire quando cogliere quello che Henri Cartier Bresson definì “Il momento decisivo” e per citare un’altro grande classico ” L’assoluta facilità con cui possiamo produrre una immagine banale porta spesso ad una totale mancanza di creatività”. Ansel Adams (1902-1984)

  69. Carlo. scrive:

    Ho letto il suo articolo e ne condivido il messaggio. Mi permetto di dire che avrei aggiunto che la fotografia è arte di conseguenza ci si approcia con rispeto e spirito Nobile.
    Per il resto d’Accordo con lei.

  70. Caro Carlo, la fotografia in se, non è arte ma è un linguaggio, e come tale può essere usato anche per produrre arte. Si può conoscere il linguaggio fotografico molto bene ma questo non necessariamente porta ad essere artisti. Così come conoscere la lingua italiana non fa di tutti noi dei poeti o scrittori . L’arte presuppone intuizione, creatività , originalità ma soprattutto talento, bisogna avere il coraggio e l’umiltà di capire la differenza tra talento e passione, oggi invece troppa gente appassionata di fotografia si convince di essere artista grazie alla facilità di produrre immagini spesso tecnicamente corrette ma quasi sempre banali.

  71. Sei un grande…è ciò che asserisco da sempre…io sono di vecchia scuola e mio padre lo era prima di me…anche io ho pubblicato sempre critiche sull’ossessione del “non rumore” e delle immagini di nitidezza assoluta…la foto non solo questo. Complimenti!

  72. Diego Marcori scrive:

    Bella serie di articoli…
    io sono cresciuto con sul comodino “Le avventure di Ventun Din, fotoamatore” di Bruno Bozzetto, con sempre in mano la Olympus OM1 di mio padre. Per carattere sono abituato a dividere il concetto di fotografia in differenti “scopi”. Dall’immortalare quel momento in cui il tuo cervello “vede” una fotografia e fa “click”, dove la tecnica è ciò che ti aiuta ad avere quel momento su pellicola (ora su file) il più vicino possibile al reale, fino all’utilizzo della fotografia come mezzo, insieme ai software come Photoshop, per creare qualcosa di totalmente nuovo. Caratterialmente riesco a capire chi, mai essendo stato appassionato, grazie ad un cellulare ed ad un effetto di instagram, si butta nell’ampio mondo del sharing seguendo le ennemila mode (dalle gambe in spiaggia alla foto del pollo nel piatto). Essendo un ottimista spero che molti di questi habituè della foto easy si appassionino e magari facciano un passo in avanti avvicinandosi alle reflex, magari a qualche libro e chissà, ad essere un giorno degli artisti dell’immagine o anche semplicemente veramente fieri dei ricordi su… file della loro vita.
    In fondo, anche in un anonimo prato, spesso, spunta qualche bel fiore.

  73. Francescophoto scrive:

    Roberto,
    hai perfettamente ragione. Ormai purtroppo in tutti i campi ci si accontenta sempre di poco, specialemente se per ottenere qualcosa di più ci si deve un minimo impegnare. La maggioranza privilegia la pigrizia e l’ignoranza e non fa nessuno sforzo per migliorarsi e per imparare: o è facile ed immediato o si rinuncia. Lo vedo anche da certe domande che mi vengono rivolte sul blog che fanno cadere le braccia.
    Francesco

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