La domanda varrebbe un libro intero. Ti passa per la testa mentre vedi sfilare questi ragazzi sul palco di X Factor, davanti agli sguardi più o meno severi di una giuria eterogenea e spettacolare. Me la fece un importante psicoanalista tanti anni fa. Ed è questa: cosa cantava la mamma di Mozart a Mozart?

X Factor, con quella semplicità che ci vuole in questi casi, è tutto qui: nella risposta a questa domanda. Il talento, le capacità artistiche e musicali, l’intensità, la capacità di emozionare, di esprimersi, di essere, sta in una risposta che va esattamente in direzione contraria ai talent, alla retorica della bravura, e all’aspettativa più grande che un giovane oggi possa avere. Perché non si tratta solo di musica, e non si tratta solo di X Factor. Abbiamo già avuto un talent di scrittori e forse altri ne seguiranno.

Ne La nascita della tragedia, Friedrich Nietzsche scriveva: «giacché come fenomeni estetici l’esistenza e il mondo sono eternamente giustificati». Hanno lo stesso tipo di messaggio i quote e le citazioni che campeggiano nelle librerie Feltrinelli di tutta Italia nelle pareti che non sono occupate dai libri. È sempre Nietzsche che dice: «Il mondo senza la musica sarebbe un errore». E tante altre che aggiungono che non siamo niente, che non contiamo se non possediamo il talento, se non entriamo nel mondo dalla porta principale, che è quella dell’x factor, del guizzo e della capacità di innovazione. Non siamo se non sappiamo emozionare ed emozionarci.

Sono molte le parole che concorrono a questo affresco, a questo sfuggire alla risposta sulla mamma di Mozart. C’è il destino, che è un’altra variante dell’x factor, inteso come destinazione, come luogo in cui si arriva ricongiungendo la nostra anima alla nostra vita, al nostro futuro. Come un regno dei cieli talentuoso che dopo le trombe dell’Apocalisse trova una sua ragione e una sua verità. C’è il sogno inteso come spinta al raggiungimento dei propri obbiettivi. C’è la gioia e l’emozione che sono un modo empatico per farsi amare. C’è il successo che è provare a farsi riconoscere da una folla che sa di noi attraverso quello che noi siamo diventati.

X Factor prima che un programma è un problema sociale. È un punto di non ritorno. È l’occidente che legge il proprio vuoto attraverso il riscatto del talento. La propria tristezza attraverso la luce in fondo al tunnel. È il sogno di arrivare a raccontarsi, in un modo o nell’altro. Un tempo il successo era un nome sul cartellone, un nome più grande degli altri. Oggi è ancora così, ma il nome è identità, interiorità. Questi ragazzi cantano e aspettano che altri personaggi famosi di talento accertato alzino il sopracciglio e dicano che vanno bene loro, non soltanto la canzone che stanno cantando. La loro vita scandita dai provini potrebbe essere illuminata d’un tratto da una luce esterna, come le annunciazioni degli affreschi medievali. L’angelo del successo non è un angelo sterminatore. È un angelo che arriva sotto forma di luce spot e ti permette di essere, di sognarti un’identità.

In fondo X Factor è la versione evoluta dei concorsi di bellezza. Ma con una differenza non da poco. Bellissima di Luchino Visconti era il tormento di una mamma che sperava vincesse la sua bambina. La bellezza era il riscatto di un’Italia povera e provinciale. Il cinematografo, i cantanti, erano immagine e bellezza, oggi sono talento. Nessuno ti diceva: con quella personalità potresti fare l’attrice, ma la frase era ben altra: sei così bella che potresti fare il cinema. Che poi il cinema fosse mestiere e professionismo veniva dopo. Con la musica era diverso, bisognava avere una bella voce. La musica è istintiva, è orecchio assoluto, è tante cose che vengono prima. I cantanti vanno educati, messi in carreggiata. Ma sono. Aver talento per la musica è questo. È avere qualcosa dentro. Come Mozart, naturalmente, anche se a quella domanda è meglio rispondere alla fine.

X Factor mette assieme Miss Italia e il sogno di una vita in cui il proprio io, la propria identità, si fa verità per tutti. Una forma di bellezza che non si misura e non si vede facilmente, ma ha bisogno dei maieuti. Di loro quattro. Di Morgan, talentuosissimo ed eccentrico, di Mika, con un sorriso disarmante pronto a benedire l’entusiasmo. Di Victoria Cabello che è il successo televisivo e la passione per la musica. Di Fedez che è la trasgressione e la modernità, la vicinanza ai più arrabbiati e alla giovinezza di questi anni.

Giudici certo, ma soprattutto complici. Capaci di vederlo l’x factor, come l’innamorato sa dirti cose che nessuno percepisce, perché ti riconosce. Sono giudici platonici, nel senso del Simposio, ricongiungono il tuo essere, le due parti di te, quelle che sono state divise alla nascita. Ma qui non si tratta di due anime gemelle che devono incontrarsi. Ma della stessa anima che deve trovare la propria unità. E mostrare finalmente il disegno completo, quello che sei, quello che sei sempre stato sin da piccolo. Tutti quelli che aspirano, tutti quelli che sognano di avere l’x factor hanno un’infanzia divisa, sono figli di genitori esigenti e al tempo stesso distratti. La generazione dei ragazzi dei talent è andata a lezione di canto e di strumento, di danza e di pittura, molti di loro avrebbero persino sentito già da quando erano ancora nel sacco amniotico il Don Giovanni di Mozart (ancora lui) o i Preludi di Chopin, con gli altoparlanti appoggiati sulla pancia. Perché mai epoca è stata così attenta al talento, alla realizzazione del sé, come questa. Un’epoca schizofrenica dove i valori sono talento e denaro, meglio se assieme naturalmente. Ma dove il successo, la riconoscibilità sono più tollerabili se c’è quella cosa dell’x factor, se c’è quel segno che sarà poi educato con il duro lavoro, con la disciplina, con la didattica. Ma prima c’è quella cosa, quella forma di nobiltà che arriva da lontano, un fiume che ha la sua sorgente nell’infanzia, dall’amore che hai ricevuto, dall’incoraggiamento che hai cercato. I bimbi di un tempo cantavano la canzone di Natale in piedi sul tavolo con l’applauso dei parenti. Oggi si canta a X Factor per riscattarti da un mondo indifferente, frettoloso, che ti mostra il successo e il talento come valore, ti incoraggia a imitarlo ma lo rende irraggiungibile. Il sogno è voglia di realizzazione ma è anche distanza.

Le audizioni che abbiamo visto nei giorni scorsi sono la dimostrazione di tutto questo, è soprattutto un’estetica di Sky che ha delle caratteristiche molto precise. La prima è un uso della retorica visiva impressionante. Non vale solo per i talent, vale anche per il calcio ad esempio. Tutto è studiato per essere elegantemenete sopra le righe. La ripetizione, i primi piani, le luci messe a punto nel modo giusto. Gli sguardi dei giurati, l’entusiasmo, la goia, le lacrime, la commozione, fanno parte di una messa in scena utilissima a riempire il programma di punti emozionali, di snodi forti.

Ma non è solo un calcolo spettacolare. C’è davvero commozione, emozione, struggimento, esultanza. Perché è così che deve essere. Nel mondo che abbiamo ereditato dallo show business americano non c’è riflessione e pacatezza, non ci sono mezze misure, e neppure distinguo. Per quanto i giurati ragionino con competenza sulle esibizioni, le parole contano poco. Quello che conta è la scenografia delle emozioni, è lo stato emotivo ripetuto all’infinito, come una necessità affinché non cada tutta l’impalcatura ideologica della celebrazione del talento, della vittoria di ogni capacità.

È un boomerang. Nel mondo separato dalla vita vera cantare con intensità, interpretare sembra un valore irrinunciabile. Ma è un valore per il format, è una necessità del programma. Non è un valore in sé. La gioia della vittoria, le lacrime dei vincitori sono le stesse delle miss con le coroncine, sono il sogno avverato, il futuro radioso, la carrozza di Cenerentola con la scarpetta. Quello che accade a X Factor funziona con la logica di X Factor. Poi quando esci le cose sono diverse. Poi il talento non lo puoi più recitare. Devi averlo. Federico Garcia Lorca lo chiamava duende. È intraducibile, qualcosa di non definibile, riguarda quel che sei davvero, non come ti costruiscono per essere. E il limite è tutto qui. Il limite dei talent è nell’ignorare il divenire, e persino le cadute, per fare in modo che tutto resti in un presente indiscutibile: il duende, la vita come fenomeno estetico, la capacità di emozionare. L’entusiasmo di mettersi in gioco comunicando quello che sei fino a sorprendere tutti è qualcosa che non passa da un sistema di prova ed errore. È consumata subito. Senza attese.

E invece il talento è tempo e attesa. È sgradevole alle volte perché ti aggredisce alle spalle con i dubbi e le cadute. È campo coltivato a maggese. Spesso ti tradisce quando non dovrebbe, e riappare quando spesso non serve più a nulla. Non ha i tempi ossessivi e micidiali dei talent. Dorme sottotraccia e può rivelare un te stesso che neanche ti piace. Tanti anni fa Riccardo Muti mi raccontò un episodio meraviglioso. Giovane e timido doveva fare l’esame di diploma di pianoforte al conservatorio. In commissione c’era il grande Nino Rota. «Speravo non ci fosse, mi sarei emozionato troppo». E invece Rota c’era. Muti fece l’esame. Uscì dall’aula e si sentì chiamare alle spalle. Era Rota che gli disse: «Le abbiamo dato il massimo dei voti non per come ha suonato, ma per come potrebbe suonare».

In quel potrebbe c’è il vero x factor. Che non è un concetto fulminante, non è un punto abbagliante perfetto per i nuovi show televisivi. Non è un flash che rivela un sorriso disarmante, un fascino che sembra spegnere ogni cosa venga messa al confronto. Ma è una strada tortuosa e lenta, piena di sassi e di buche, eppure forse è l’unica se si vuole arrivare in cima. Sempre che porti in cima.

E per quanto riguarda lo psicoanalista che saggiamente mi fece quella domanda sulla mamma di Mozart tanti anni fa, ora posso dire che diedi la risposta sbagliata. Provai a fare delle ipotesi. L’opera? Qualche canzone popolare? Nenie intonatissime e soavi? Furono la voce e le canzoni della mamma a sviluppare il suo genio musicale incoraggiandolo da subito? Mi sbagliavo. La risposta giusta alla domanda: cosa cantava la mamma di Mozart al piccolo Mozart è questa: non gli cantava niente. L’ x factor, il talento, il genio, il duende, il più delle volte non sono altro che un vuoto. Lento e incerto, persino insopportabile. Ma che è uno spazio possibile. Come il cortile di fango e acqua dove tirando i calci a una palla di stracci si può diventare il più grande giocatore del mondo.

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