Scrivere è un affare per visionari. Ma i visionari non sono pochi. Lo siamo tutti. Non è possibile farne a meno. E non si può vivere senza immaginare di continuo, senza sogni, e senza storie che facciamo nostre, e che ci attraggono come un magnete potente. Tutto nasce da un big bang, le nostre vite sono segnate da un universo attorno a noi che continua a espandersi verso un infinito che ha avuto inizio allora. Nei secoli è stata la creatività a rendere il nostro pianeta sempre più a misura d’uomo. E gli stimoli creativi, estetici oggi sono stupefacenti rispetto a quanto accadeva anche solo due secoli fa.

Siamo bombardati di bellissime immagini, di oggetti eleganti. Siamo stimolati da storie di ogni tipo. Il mondo ormai è a colori quasi per tutti. E purtroppo anche la sofferenza diventa uno stimolo, una possibilità narrativa. Raccontare l’orrore non è un modo per superarlo ma è un modo per rendere tutti più consapevoli del loro vissuto. Quasi un’empatia.

Ma se, come ho già detto, la letteratura è un affare per pochi, una tradizione, una pratica che riguarda un élite definita e sempre più ristretta, dall’altro lato, e proprio per questo motivo, buona parte della letteratura media e popolare che si stampa è fatta di libri e di testi che cercano un fantomatico pubblico allargato, che vorrebbe cose semplici, poca magia e molto intreccio narrativo. Ma il mondo letterario non può oscillare di continuo tra Pessoa e Dan Brown. Anche la creatività ha un’evoluzione. E continua ad averla.

Cominciate a rendervi conto che far caso allo stile non è tutto, che si scrive come si pensa. E la complessità dei sogni, per fare un esempio, è identica sia per la gente semplice che per quella molto intellettuale. La notte sognamo tutti allo stesso modo, e gli psicoanalisti non distinguono tra sogni dei semplici e sogni degli uomini colti.

Perché? Perché la creatività è legata alla conservazione? Ogni volta essere creativi è una sfida, e la sfida è contro gli automatisti, i meccanismi abitudinari, la tradizione, e quant’altro. La creatività stupisce solo dopo, prima è una battaglia per imporsi. Prima sono lacrime e sangue.

Raccontare storie, le proprie storie, quelle che inventiamo, e anche quelle che ci stanno attorno è un modo della creatività. Ma è un modo per stare nel mondo e insegnare qualcosa. Qualcosa di piccolo alle volte. Ma è sufficiente, può bastare anche solo questo. Abbiamo una voce che nell’era della scrittura diffusa, prende corpo, si fa testo in un modo sino a qualche anno fa inimmaginabile. E sarà sempre più così. Centinaia di milioni di diari di vite sono già su facebook, altre, in forma di immagini saranno su Instagram.

Verrà altro ancora, ma non è importante per ora. Quello che conta è un’altra cosa. In un modo che non sappiamo tutto questo si tradurrà in romanzi, e in ricordi romanzati. Non avranno più nulla di ingenuo, e non saranno testi elementari come accadeva un tempo. Il modello di scrittura non è più il tema scolastico, ma è diventato una sorta di citazionismo postmoderno, dove si mescolano fotografie e testi altrui, storie personali e musica, arte e ingenuità. È un po’ come le vacanze. Un tempo erano privilegio delle classi ricche, poi sono diventate di tutti. Alle presentazioni dei miei libri, ogni volta che osservo il pubblico che mi ascolta so bene che ognuno di loro ha qualche romanzo nel cassetto, o almeno dei racconti, e se proprio non ha ancora scritto né romanzi e né racconti posso giurare che c’è almeno qualche poesia. Molti dopo lo confessano, ma la maggior parte non mi chiede di leggerle, come un tempo si faceva. Se le tiene per sé. Impara, ascolta e poi forse torna a casa e fa tesoro di quanto ha sentito. La scrittura letteraria si è diffusa. Avrà le sue ingenuità alle volte, ma è una strada che cambierà le persone, perché è un modo per dare voce, è una nuova forma di democrazia culturale, è la consapevolezza che tutti hanno diritto a raccontare, ed è proprio da qui che potrebbe partire un nuovo modo di essere colti. Un modo capovolto, che parte dalla scrittura per arrivare alla lettura. Un modo che sa bene che gli errori ortografici e di sintassi si correggono, ma non si può correggere una visione delle cose. Che prima di insegnare a scrivere bisogna insegnare a pensare. Ma che il mondo evolve proprio per questo. E la rivoluzione di internet è prima di ogni cosa una rivoluzione di stimoli, una maniera diversa di capire.

 

Il 24 febbraio 1940 un intellettuale e scrittore che si chiamava René Daumal, ha scritto una lettera per un amico: Raymond Christoflour. Daumal era minato nel fisico, ma voleva scrivere un libro che riteneva molto importante. Non riuscirà purtroppo a portarlo a termine, e sarà pubblicato postumo e incompleto, ma nella lettera all’amico scriveva quello che per lui doveva essere il senso della letteratura: «Dopo aver descritto un mondo caotico, larvale, illusorio, sento adesso di dover parlare dell’esisistenza di un altro mondo, più reale, più coerente, dove esistono bontà bellezza, verità – nella misura in cui i contatti che ho potuto avere con tale mondo mi danno il diritto e il dovere di parlarne. In questo periodo sto scrivendo un racconto piuttosto lungo in cui si vedrà un gruppo di essere umani che hanno capito di essere in prigione, hanno capito di dover prima di tutto rinunciare a questa prigionia (perché il dramma è che si finisce per amarla) e partono alla ricerca di quella umanità superiore, liberata dalla prigione, in cui potranno trovare l’aiuto necessario. E lo trovano – perché alcuni amici e io stesso ne abbiamo realmente trovata la porta. Solo una volta varcata questa porta ha inizio una vita vera. Questo racconto avrà la forma di un romanzo d’avventure intitolato Il Monte Analogo: la montagna simbolica, la via che unisce il Cielo e la Terra, e che deve materialmente esistere altrimenti la nostra situazione sarebbe disperata…».

Sono passati più di 70 anni da quella lettera. Ma resta l’idea forte che la scrittura è un tentativo, non sempre facile da realizzare, di raccontare un mondo più coerente, come dice Daumal: di bellezza e verità. Oggi il mondo ha ricominciato a scrivere, senza troppe ingenuità, ha cominciato a citare, e a cercare le citazioni. Ha cominciato a leggere, senza preoccuparsi di leggere abbastanza. E anche se non ha letto abbastanza libri, ha letto quanto serve, soprattutto sul web, per scrollarsi di dosso ogni ingenuità e molto cattivo gusto. Nessuno più sbaglia l’attacco di un libro. Tutti sanno come si inizia un romanzo: se non l’hanno imparato dalla letteratura, lo hanno imparato dal cinema, o dalle serie televisive. Tutti conoscono la buona poesia. Tra gli autori di poesia più citati nel web e nei social non troviamo gente che mette in rima cuore con amore, ma troviamo gente che copia e incolla Salinas, Kavafis, Neruda e Merini. E alla morte di Gabriel Garcia Marquez la gara alle citazioni dai suoi romanzi era una gara sentimentale. Tutti ricordavano il loro passo, la loro pagina preferita dello scrittore colombiano.

Abbiamo tutti bisogno di inventare un tempo nuovo. Ma siamo capaci soltanto di attraversarlo non chiedendogli niente. Abbiamo bisogno di essere tutti più felici ma chiediamo la felicità con parole che non sono mai diverse da quelle che conosciamo. Abbiamo bisogno di tollerare il dolore, ma non siamo neppure capaci di sopportare noi stessi. Ma soprattutto abbiamo trasformato la nostra memoria, la storia, il passato, in un simulacro gelido e immobile, che non abbiamo il coraggio di raccontare a nessuno. Abbiamo inventato il prima e il dopo, e non il mentre, il passato e il futuro e non l’oggi.

Scrivere significa ritrovare tutti il tempo vero. Il nostro tempo interiore. Quello che non è uguale sempre, quello che non si legge sugli orologi, quello che scorre come vuole lui, e si ferma quando può. Come certi viaggi, che durano un attimo e ti porti addosso per tutta la vita. Come certe parole, quelle che comincerete a scrivere, che non dimenticherete mai più, a dispetto di tutte le altre che avete continuato a sentire per decenni. Come certi gesti, certi sorrisi e certi silenzi che hanno grammatiche meravigliose: l’unico maniera che hai per fermarle e raccontarle a te stesso.

David Deutsch è un fisico tra i più noti al mondo, si occupa di computazione quantistica, anzi l’ha fondata questa disciplina, insegna a Oxford e scrive libri meravigliosi, che servono anche agli scrittori. Il suo L’inizio dell’infinito, finisce con queste parole: «Molti hanno un’avversione di vario tipo nei confronti dell’infinito. Ma ci sono cose riguardo alle quali non abbiamo scelta. Esiste un solo modo di pensare che è capace di compiere progressi, o di sopravvivere a lungo termine, e consiste nel cercare buone spiegazioni attraverso la creatività e la critica. Che cosa ci aspetta è in ogni caso infinito. Tutto ciò che possiamo scegliere è se sia un infinito di ignoranza o di conoscenza, di male o di bene, di morte o di vita».

Non dovete avere fretta. Il treno più veloce non è il miglior treno che potete prendere per arrivare a destinazione. E prima di scegliere una destinazione, chiedetevi tutti cosa significhi la parola destinazione. E perché derivi proprio dalla parola destino. Una mia amica scrittrice una volta mi ha detto: «I destini delle persone, i destini interi, sono i romanzi che preferisco». Sono destini infiniti anche quelli. E si tratta di capire in quale infinito volete riconoscervi. È arrivato il momento di mettervi a scrivere, se lo desiderate. Non è mai abbastanza tardi, non è mai troppo difficile. Dipende solo da voi.

© Roberto Cotroneo,  Il sogno di scrivere, Utet, 2014