L’ultima trappola l’ha messa in campo twitter, il social network delle informazioni, delle timeline che scorrono e ti aggiornano sul mondo. L’utopia di twitter era l’informazione a tutti, il giornalismo partecipativo, il poter essere ovunque attraverso la rete di account che si seguono. Informazioni brevi, fotografie, video, link. Al contrario di facebook: prolisso e sostanzialmente adlescenziale ma soprattutto meno condiviso, meno aperto. Facebook vuole sempre una richiesta. Twitter è libero. Voglio seguire il presidente Obama? Nessuno me lo impedisce.

Ma la trappola di twitter è arrivata come qualcosa di annunciato, o forse di inevitabile. Tu pensi di essere seguito dalle persone, le trovi tra i tuoi follower, qualche volte ne sei persino onorato. Ma non sai se tutto questo è vero. Perché esiste un piccolo pulsante che dice: togli voce a… Se lo rendi attivo seguirai quella persona ma non leggerai i suoi tweet. Semplicemente la illuderai di interessarti a lei.

Non è solo l’ennesimo trucco dei social network, è il punto di inizio di una evoluzione che annuncia un fallimento del sistema della condivisione. È il tracollo del web 2.0, della democrazia digitale, del termine «rete», che ormai ha preso il posto di «popolo» o «cittadino». Twitter è crollato, ha preso coscienza di essere una gigantesca macchina per élites che impongono parole, slogan e prodotti, disinteressandosi di quello che viene definito: «scambio». L’illusione che l’ipervisibilità della rete potesse generare interazioni si ferma a un dato: solo lo 0,05 per cento degli utenti di twitter ha più di 10 mila follower. Il resto è gente che legge e pensa di essere letta, illudendosi.

Sta accadendo che i social e il web partecipativo si stanno trasformando nella televisione del futuro: c’è chi conduce e chi fa lo spettatore. Uno spettatore che può debolmente interagire, menzionando qualcuno, o commentando, ma la funzione è assai simile a quella che un tempo era la telefonata in diretta al programma di successo. Appena crei un account twitter il sistema ti consiglia di seguire una seria di vip con moltissimi follower, e dopo poco, alle volte, ti regala quattro o cinque follower di gente che non conosci. Sono follower automatici, di quelli che non esistono.

Finisci per capire presto che non ti seguirà nessuno. Ma tu leggerai gente di cui sai tutto dai giornali e dai mezzi di informazione. È broadcasting, né più e né meno. Chi vuole fare televisione nel futuro sappia che il futuro della televisione è questo. E che il web 2.0 è una meravigliosa propaganda all’incirca identica a quella dei regimi totalitari, o dei politici astuti, che stringono mani ai comizi e danno l’illusione di ricordarsi di te.

L’esibizionismo digitale serve a venderti prodotti, individuando i tuoi gusti e il tuo modo di muoverti per la rete. Ma sono due tipi di specchi opposti. I broadcaster e le élites, hanno davanti un vetro a specchio, vedono solo la propria immagine ma si lasciano guardare dall’esterno. I nuovi spettatori, gli utenti comuni dei social, quelli che vengono chiamati gli “have-not”, guardano attraverso un vetro, ma non sanno che dall’altra parte c’è uno specchio e nessuno li vede.

Con la televisione era più onesto. Tu sapevi che lo schermo televisivo diffondeva immagini dal mondo e il tuo salotto restava il tuo salotto. Oggi si illudono in molti che negli studi televisivi qualcuno abbia un monitor dove può vederti seduto nella tua casa.

Chris Anderson tempo fa scrisse su Wired che «l’emergere dei monopoli è più probabile nei mercati altamente interconnessi come il mondo online». Per cui i plutocrati digitali hanno il controllo del nostro mondo, delle nostre informazioni, e sono una nuova aristocrazia mondiale. Al tempo stesso questo sistema favorisce la galassia delle organizzazioni criminali e quella dei fondamentalismi. Perché regala uno sbocco nuovo a quella che chiamavamo un tempo la propaganda. Il tastino di twitter “togli voce a” non è una piccola innovazione, è l’ultima goccia di una pioggia incessante che ha dissestato la collina delle illusioni sulla rete. Capirlo in tempo è l’unica cosa che ci resta da fare, ma c’è già chiama tutto questo: the net delusion.

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Il sogno di scrivere Cotroneo