Torno sempre sul luogo del delitto. Anche questa volta, anche se questo non è un romanzo. Ma poi chi può dire che questo non sarà un romanzo. Si scrivono anche romanzi in forma di diari di avventura. E diciamo che il diario di avventura qui c’è tutto. Torno sul luogo dove ho scritto uno dei miei libri. È una piazzetta in un quartiere di Roma: tranquillo, una zona borghese dove le case sono al massimo di due piani, e hanno tutte un piccolo giardino. In questa piazzetta c’è un piccolo bar con i tavolini all’esterno. E poco distante un giardino dove c’era la scuola elementare dei miei figli. Ho scoperto la piazza andandoli a prendere a scuola. Ho cominciato in quella piazzetta seduto ai tavolini di quel bar il romanzo che sapevo mi avrebbe portato alla fine di tutta quella suggestione. Un romanzo su una perdita annunciata. E io scrissi Questo amore proprio sapendo questo, che tutto ciò che avevo attorno si stava sfaldando. I bimbi stavano crescendo, e la mia famiglia sarebbe diventata un’altra cosa. La differenza tra memorialistica e scrittura è tutta qui. Non racconti quello che ti accade nel modo in cui accade, ma nel modo in cui tu vuoi farlo accadere. Scrivere romanzi non significa cambiare almeno sulla carta le cose che sono accadute. Ma raccontare le cose accadute in un modo tutto diverso, perché forse si capiscono meglio. Per cui la mia crisi matrimoniale era tutta dentro l’assenza del mio libraio Edo, che aveva perso la memoria, e nel ricordo della libraia Anna. Non so dire se i romanzi servano ad alleviare il dolore, ma so per certo che il dolore aiuta a scriverli. E io scrissi quel romanzo in poco più di due mesi, tutto a mano, su un quaderno, andando ogni giorno al mio caffè come fossi in ufficio. Ogni giorno avevo un numero di pagine da scrivere, e ogni giorno diventava sempre più chiaro quello che mi stava accadendo.

Avevo deciso che non avrei scritto il mio nuovo romanzo in casa. Prima avevo l’abitudine di stare nel mio studio, una stanza completamente foderata di libri, dove i rumori e le voci rimanevano attutite, avevo deciso che volevo un luogo aperto, la gente che passava, i bambini che uscivano da scuola. Siccome in quel romanzo c’era molta poesia portavo un poeta al giorno con me. E cercavo un verso o due che mi dessero una guida per la giornata. Li trovavo sempre. Scrivere era diventato semplice. Avevo solo scelto i colori che avrei usato, ma non avevo il disegno. Quello viene da solo.

Avevo deciso con che corpo avrei scritto quel libro. E anche questo era interessante. Il problema degli scrittori è spesso quello di non avere contatto con la materia delle cose. Specie da quando si scrive al computer, da quando è solo quel ticchettio di tastiere gommose a dare un segnale che sta accadendo qualcosa; perché non ci sono i fogli, non ci sono gli inchiostri, non c’è niente che dia la percezione che stai lasciando un segno, un graffio. Non volti neppure le pagine: al massimo scorrono come un rullo antico, come un testo di un’antica biblioteca classica. Non c’è niente che ti tenga ancorato alla terra, a parte quello che hai da dire, quello che vorresti raccontare. Niente è fuori posto: il silenzio, le righe perfette del monitor, le lettere precise, l’allineamento che dà un ordine costante. L’unica cosa fuori posto è dentro quello che scrivi. Ma a quel punto hai paura che anche il contenuto di quelle pagine non ancora stampate, di quelle pagine che potrebbero sparire da un momento all’altro perché non appartengono alla terra, e dunque non appartengono alla realtà, possa restare sospeso, possa non mordere niente, possa essere poco o niente.

Perché in quel lontano 2005 io abbia pensato queste cose non saprei dire. Ero al mio quinto romanzo, al mio decimo libro, avevo sempre scritto con un computer, e spesso in luoghi ovattati e in biblioteche silenziose. Mai avrei pensato di prendere un vecchio quaderno che mi avevano portato da Londra, con le pagine azzurrine, e una stilografica, una penna a inchiostro. Mai avrei detto che sarei andato in un caffè dove in un modo o nell’altro sei distratto continuamente da cose esterne. Mai avrei detto che mi sarei divertito a scrivere una lettera diversa dall’altra: anche se la mia calligrafia è precisa, sapevo che un po’ di imprecisione potevo metterla. Sapevo anche che la scrittura a penna è più lenta di quella al computer. E quindi mi obbligava a pensare un po’ di più, mi rallentava i pensieri, e forse avevo bisogno di rendere più sospeso il mio racconto.

Andò così. Con calma imparai a riconoscere in quel piccolo microcosmo tutta una serie di personaggi che ruotavano attorno a quel caffè. Come un fondale di teatro, che non influiva assolutamente su quello che raccontavo. Non c’era quel caffè nel mio romanzo, come non c’era quella piazza. Non c’era neppure Roma. E non esisteva niente di quello che vedevo. Eppure da qualche parte erano nascosti.

Con questo voglio dire che scrivere non è un modo diretto di raccontare, ma indiretto, sommerso, strano. Talvolta devi tenerti lontano da quello che racconti, spesso hai bisogno di essere altrove per questo, perché la realtà delle cose non aiuta, ha un brusio di fondo, quasi un rumore forte che ti impedisce di sentire con nitidezza le cose che devi dire, e come le devi dire.

È tutto nel corpo degli scrittori per la verità, è tutto nelle cose che non si vedono o si vedono in parte. Mentre sei impegnato a scrivere che vita stai facendo? Mentre sei impegnato a raccontare cosa succede accanto a te? Ebbene, accadono moltissime cose. Tutta la giostra del mondo che ti sembrava ferma comincia a muoversi. E tutto quello che vedi, quello che ascolti, entra dentro una sorta di pentolone da alchimista, come quelli che si vedono nei film di Walt Disney.

© Roberto Cotroneo,  Il sogno di scrivere, Utet, 2014. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency