Tutti i giornali hanno riportato la notizia che nelle scorse settimane si è svolto un meeting segretissimo in Sicilia. Larry Page, uno dei due fondatori di Google ha invitato in un resort esclusivo, le menti più potenti del mondo per discutere di futuro. Così, in un’atmosfera blindata, sulle piste dell’aeroporto di Palermo si sono visti atterrare una lunga fila di jet privati. E attorno a Sciacca giravano signori che hanno le redini del mondo. Sono tutti amministratori delegati di aziende innovative, esperti della rete, e via dicendo. Tutto deve essere segreto, quello che si è detto nel resort non deve uscire in alcun modo.

Ma perché, se si discute su come migliorare questo pianeta nel futuro, non si deve far sapere a tutti quali idee sono messe in campo? L’amministratore delegato di Google non è certo un capo di Stato Maggiore. Non siamo di fronte a segreti militari o strategie diplomatiche che hanno bisogno di riservatezza. Stabilito inoltre che non si tratta di segreti industriali, brevetti o altre cose simili, anche perché molti di quelli che stavano a Sciacca nel loro lavoro si fanno concorrenza, vorrei capire il motivo per cui quello che pensa Elon Musk, quello di Tesla Motors, non deve essere pubblicato e discusso anche altrove. E se Sergey Brin racconta in forma riservata che la sua Google vuole lanciare palloni aerostatici sull’Africa per facilitare le reti Wi-Fi perché questo deve rimanere un segreto inviolabile?

In Sicilia c’è un vecchio detto: un segreto è qualcosa che sa soltanto una persona. Se lo sanno in due è già diventato soltanto una questione riservata. C’erano decine di persone a Sciacca, e qualcosa esce tra quelle piscine e i campi da golf. Anche più di quello che si può pensare. Ma alle volte questa voglia di tenere chiuso, di non diffondere, di non raccontare non soltanto è ingenuo, ma è anche un messaggio sbagliato. L’errore sta nell’alimentare l’idea che queste riunioni siano frequentate da complottisti: ed è un’idea che corre agevolmente per il web, e non da poco.

Le riunioni a porte chiuse sono viste sempre come un’espressione del potere. E le teorie del complotto sono alimentate da chi ha ancora la debolezza di vedere il potere come esclusività: l’esclusività delle conoscenze e quelle della diffusione delle informazioni. Ma in questo caso nessuno vuole conoscere il funzionamento dei missili americani di ultima generazione, ma semmai le idee e il funzionamento delle menti di coloro che possono influenzare e cambiare il mondo nei prossimi anni.

E qui c’è un’ultima domanda. Siamo sicuri che meeting come questo siano un modello per il futuro? Una volta c’erano i convegni, quelli con le relazioni e con le comunicazioni, di solito aperti, lasciati ad accademici che facevano e fanno il punto sullo stato delle loro ricerche in tutto il mondo. I convegni hanno perso molto appeal, oggi si preferiscono i meeting. Le menti che in una mattina si confrontano una con l’altra, il pomeriggio elaborano nel relax di una partita di golf o un tuffo in piscina. E poi il giorno dopo si generano i cortocircuiti che consentono di migliorare il loro lavoro, le loro aziende.

Loro si capiscono in poche ore, in una mattina, forse due. Però non si deve dire cosa pensano, a nessuno. Invece quei meeting andrebbero registrati, trascritti e pubblicati, a uso e arricchimento di un mare di persone che da decenni pensa, lavora e riflette su argomenti analoghi, magari in qualche garage americano, gli stessi garage in cui hanno iniziato quelli come Steve Jobs.

La segretezza dei meeting, e quello di Sciacca non è il solo, è l’ultima delle mode, deleteria e anche un po’ ridicola. Le idee non sono dei club esclusivi, e non sono cose per pochi. Le idee, come sanno primi fra gli altri Page e Brin, circolano, e si lasciano trovare da chi ne ha bisogno. E migliorano in corso d’opera. L’esclusività lasciamola ai resort e ai golf club, l’intelligenza non ne ha bisogno, quando c’è.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Il sogno di scrivere Cotroneo