«Allora ragazzi, partiamo da un argomento qualsiasi di cui non sapete quasi nulla, e proviamo a vedere cosa riuscite a capire usando i risultati dei motori di ricerca sul web…». Questo era il punto di partenza. Siamo in un corso estivo, i ragazzi hanno attorno ai 17 anni. L’esperimento sembra più facile di quanto si pensi. L’argomento lo sceglievano loro. Il più ardito ha proposto: libertà. Ed è stato accontentato. La parola libertà è un universo talmente sfrangiato da permettere risultati imprevedibili e arrivare a delle conclusioni nuove sulla fede incrollabile che abbiamo nei confronti del signor Google, o di motori analoghi.

Dopo qualche minuto i trenta ragazzi cominciavano a citarmi i risultati a loro parere più interessanti. Chi puntava direttamente su wikipedia, con un approccio enciclopedico, chi trovava un saggio filosofico su un link improbabile: «ho trovato questo scritto di…». E il nome non diceva nulla. «Qui c’è un testo di Voltaire», diceva un altro. L’autore sconosciuto e Voltaire erano orizzontali, per così dire, e anche contemporanei. Nel senso che i motori di ricerca eliminano il tempo storico, mettono sopra Voltaire e sotto Mario Rossi, per usare un nome a caso. Sta a te capire che tra Rossi e Voltaire c’è una differenza. E anche più di due secoli. Il tempo del web è quello della cronologia. Non è il tempo in sé, ma il tempo di consultazione. Se un link mi appare prima di un altro vuol dire che è più nuovo.

Cresce una generazione che non conosce le insidie della ricerca, che non sa cosa sia una fonte, e che soprattutto è in grado di capire un argomento solo attraverso un processo mentale a scatole cinesi. Cerco libertà, libertà mi manda a Voltaire, Voltaire mi rimanda a illuminismo, illuminismo mi rimanda alla Francia, la Francia mi rimanda a Carlo Magno, Carlo Magno mi rimanda a Rinascita Carolingia, e poi ai Merovingi, ai Re Taumaturghi, a un certo Bloch, che poi se lo riscrivi male ti porta ai Black Block, che ti spostano sulla parola globalizzazione, e dunque sulla libertà di non essere schiavi dei padroni del mondo, diciamo così, e il cerchio si chiude. In mezzo a questi passaggi, che sono assolutamente reali, i testi hanno valori diversi. Un po’ come trovarsi in un negozio che è al tempo stesso un rigattiere di oggetti vecchi e usurati e un antiquario che espone meravigliose opere d’arte. Per cui ti ritrovi tra le mani una crosta dilettantesca che raffigura una natività e quella del Beato Angelico.

Il punto è che per imparare a riconoscere una dall’altra non basta l’occhio, e non serve linkare. Occorre che tu abbia letto Roberto Longhi, e più in generale quelli che, anziché procedere per scatole cinesi, procedono per tessere di mosaico. Ovvero accostano i pezzi giusti del sapere, li confrontano, li cercando, li adattano e riescono a creare il disegno che volevano.

Le ricerche su internet conducono a risultati che non hanno un modello interpretativo, ma si comportano come la luce quando si riflette da uno specchio a un altro. È un gioco di superfici, è un procedimento enigmistico. Ancora oggi La Settimana Enigmistica pubblica ogni settimana un gioco che si chiama: “Il bersaglio”. Attraverso parole che hanno qualcosa in comune una con l’altra si parte da un termine e si finisce, dopo un lunga serie di passaggi, a un altro. Per cui inizi con Centro, poi Cerchio, poi Raggio, poi Sole, poi Sale, Zucchero, Cristalli, Vetro… etc. Ma non è che ogni volta che cerchiamo Centro dobbiamo informarci sui Vetri.

Le scatole cinesi sul web sono luoghi del sapere scollegati e senza uscita. E approfondire un argomento può essere come comprare un mobile ikea ma senza le viti per montarlo e le istruzioni. Guardi ogni pezzo come qualcosa di misterioso. E ti va già bene se appartengono tutti allo stesso mobile.

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Il sogno di scrivere Cotroneo