Se un giorno si progettasse un software che raccoglie le parole più citate, copiate e incollate sul web e sui social network ci accorgeremmo che probabilmente il verbo condividere non avrebbe rivali. Ogni volta che cerchiamo un argomento, ogni volta che andiamo a leggere qualcosa in digitale, troviamo il numero di condivisioni come fossero le stellette, il termometro della riuscita di un tema, addirittura il successo. Abbiamo scambiato la quantità con la qualità, e ci siamo convinti che la popolarità ha un valore intrinseco: se molti condividono un testo, deve esserci una ragione. Abbiamo messo l’estetica dentro le leggi economiche della domanda e dell’offerta, trasformando il mondo attorno a noi in una sorta di slot machine del gradimento. Un continuo tintinnare di monetine, una sorta di smania di essere accettati e premiati.

Ho scoperto un video molto condiviso sui social che parla di empatia. È un frammento da un discorso della saggista americana Brené Brown, accompagnata da un’animazione molto carina. Spiega perché l’empatia è fondamentale per stare nel mondo e che l’essere empatici è un’arma vincente. Riprende una bibliografia sterminata che parte dall’arte e finisce alla psicologia, dove il concetto di empatia è esaminato, analizzato, deformato, raccontato come l’unica salvezza da questo mondo di esistenze che non esistono. Perché sono prive del corpo, e dunque sono prive di vita. Più ritieni che condividere sia una forma empatica nuova, che passa dai social senza passare dalla vita, più significa che qualcosa non funziona.

I social danno anche la possibilità di raccontare vite già vissute. Vite illustri per cui valga la pena di lavorare molto seriamente. Prendiamo il caso di Virginia Woolf, tra le scrittrici che hanno lasciato migliaia di pagine tra diari e lettere. Si potrebbe aprireun profilo della scrittrice su Facebook. Fin qui niente strano, il web è pieno di profili e pagine di personaggi storici e letterari. Ma il progetto sarebbe più ambizioso e faticoso: ricostruire la sua vita quotidiana come fosse in atto. I diari della scrittrice, pubblicati in 5 volumi, iniziano nel 1915 quando aveva 33 anni, e terminano con la sua morte nel 1941. Le lettere, in 6 volumi, iniziano nel 1888 e finiscono sempre nel 1941. Ma accanto a lettere e diari ci sono romanzi e saggi, articoli di critica, letture, e altre lettere di amici, conoscenti, intellettuali e scrittori. E oltre queste ci sono i libri fotografici, non soltanto su di lei, ma anche sui suoi amici, gli ambienti, le case. Un materiale sterminato che copre una vita quasi intera, per almeno 26 anni. Un profilo Facebook della Woolf inizierebbe con le prime parole del suo diario, esattamente il giorno e il mese in cui le scrisse. Solo cento anni dopo: si passa dal 1915 al 2015. E continuerebbero, magari con tagli e scelte in mirate, con la stessa cronologia della vita. Si potrebbero anche aprire profili di amici e conoscenti di Virginia: dal marito Leonard Woolf a T.S.Eliot da Vita Sackville-West a Ethel Smyth, a Vanessa e Quintin Bell, e tanti altri ancora, che potrebbero rispondere e commentare, taggare foto, aggiungere parole realmente scritte.

Riprodurre una vita già vissuta attraverso un social network, utilizzando gli stessi tempi di quella vita è un’impresa folle. Ma è una provocazione interessante. Perché è possibile. Ed è persino un progetto che va ben oltre il concetto di biografia. Una vita raccontata un’altra volta, con i tempi esatti. Peccato che il futuro di quel profilo è già scritto e deciso con il suicidio della Woolf nel 1941. Riuscire in un’impresa come questa, anche per pochi anni, significa una cosa soltanto: che le due parole, condividere ed empatia, non servono in questo mondo di storie che non hanno bisogno di nulla, tantomeno di vite vere. Solo di parole dentro vite vissute.

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Il sogno di scrivere Cotroneo