«E i tuoi libri?», mi ha chiesto qualche settimana fa un’amica che era venuta a trovarmi nella nuova casa dove sono andato a vivere. «Ne ho pochissimi ormai, l’essenziale», le ho risposto. Forse ha pensato che fossi matto. O che avessi abdicato al mio ruolo di intellettuale e bibliofilo. Per anni entrando in case che non conoscevo, per prima cosa guardavo i libri. Se c’erano, quanti ce n’erano, e poi di che genere fossero. Sono cresciuto con l’idea che le case vere erano anche biblioteche, e che l’avere i testi dovesse essere una condizione essenziale dell’esistere, del presentarsi al mondo.

Con gli anni ho smesso di crederlo. E comincio a pensare che il possedere libri, tenerli, tutti e comunque, alle volte sia un vezzo nevrotico, un’idea rassicurante che protegge dal mondo. Porto con me pochi autori, essenziali, e capisco assai bene l’allarme degli editori alla possibilità che Amazon possa permetterci di consultare e leggere il suo intero e sterminato catalogo con meno di dieci dollari al mese. Una sorta di noleggio a tempo, come si fa con la musica.

Davvero il possesso della cultura passa dal possesso del libro? Passa da tonnellate di volumi che non verranno mai aperti o riaperti nemmeno una volta in una vita intera? Davvero i nostri figli terranno testi e autori che abbiamo amato come un patrimonio indispensabile? E davvero sarà necessario possedere quell’edizione particolare? Quella che hai sottolineato da ragazzo, con gli appunti che avevi preso e che dopo trent’anni non capisci neppure bene cosa volessero dire quelle righe che avevi scritto a margine?

I libri si comprano, i libri non si prestano, i libri non si buttano. Queste tre asserzioni sono rimaste costanti a ogni convegno, in ogni presentazione, in qualsiasi iniziativa culturale dove sono andato. Me le sono sentite ripetere per anni. Oltre al fatto che vanno sottolineati a matita e non a penna, e che non si devono rovinare. Tutto questo viene da lontano: da quando i libri erano rari, costosissimi, e difficili da reperire, da quando erano vietati ed erano l’unica memoria a disposizione nel mondo per ricevere cultura, idee e suggestioni.

Oggi non è più così: i libri non sono rari, e un’edizione tascabile di un classico si può ritrovare in milioni di biblioteche personali. Non esistono più libri preziosi, esistono testi preziosi, che è tutt’altra cosa. Con la digitalizzazione si possono consultare da casa i papiri delle Sacre Scritture da casa propria. Per studiarli e capirli non c’è alcuna differenza tra averli tra le mani o leggerli su un monitor. L’ebook non è bello, ma ha una funzione efficace e pragmatica. E soprattutto, se con 10 dollari posso leggere tutto lo scibile sto danneggiando il progresso culturale di una comunità? O invece sto aiutando molta gente a leggere cose che non avrebbe mai potuto comprare?

Nasceranno editori capaci di inventare edizioni preziose e gradevoli di opere che vogliamo portarci con noi. E avranno un impulso nuovo i librai antiquari che potranno vendere la prima edizione di un’opera che amiamo e che desideriamo conservare. È più importante adesso ridiscutere con intelligenza i diritti digitali dei testi. Perché questo è il nodo del futuro.

Oggi niente va distrutto. Resta in forme diverse. E avere in casa 300 volumi non è indice di gente che legge poco, ma forse di gente che finalmente può scegliere di avere titoli che hanno un significato. A cui si torna di continuo. Allora, forse i librai, liberati dai best seller, dalle montagne di novità editoriali che sono obbligati a esporre (che spesso è carta straccia) senza più riuscire a sapere che testi stiano davvero vendendo, saranno liberi di scegliere; e le librerie non sembreranno un piccolo o grande supermercato, ma assomiglieranno ai gusti di chi li vende, alla sua storia, e persino un po’ a quei lettori che avranno voglia di tenere in casa un libro, lasciando a libri generici, facili e di intrattenimento uno spazio soltanto digitale, e persino a noleggio.

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Il sogno di scrivere Cotroneo