Mi domando se c’è un modo di uscirne. Se la vecchiaia culturale che ci circonda, travestita da vintage, da nostalgia, da rivisitazione, da tutto quello che vogliamo, potrà essere messa da parte, archiviata una volta per tutte, liberando i più giovani dal giovanilismo dei più vecchi. Togliendo di mezzo questa continua produzione e riproposizione di vecchi miti, e leggende anche un po’ stantie. Mi domando se non si stiano facendo danni da questo punto di vista, e mi chiedo se prima o poi le nuove generazioni, anziché scambiare per moderno quello che era moderno 50, ma anche 60 anni fa, non daranno una scossa, e cominceranno a produrre qualcosa di nuovo. Loro. Che non sia necessariamente un continuo e costante atto di accusa verso la cultura dominante in forma di rap, o di derivati del rap.

Mi domando inoltre se non la si debba smettere di scrivere e di pubblicare libri che imitano un libro pubblicato nel 1951, ovvero 63 anni fa, e per l’epoca trasgressivo e innovativo: parlo del Giovane Holden. E se non si debba dire una volta per tutte che buona parte del rock più psichedelico, più complesso degli anni Sessanta e Settanta non è più ascoltabile. Con buona pace dei Syd Barrett e con buona pace di Jimi Hendrix. E di tutti quegli album sperimentali incomprensibili che hanno vecchi ammiratori, ormai settantenni che continuano a spiegare ai più giovani che quella era la musica, che lì, certo, c’era lo stile, la forza, l’originalità, un modo rivoluzionario di pensare l’esistenza. Ma soprattutto la trasgressione, quella che da Holden Caulfield in poi è diventata un motivetto sempre uguale, anche dal punto di vista stilistico, anche come visione del mondo. Un certo rock degli anni sessanta e settanta ha sempre parlato troppo, si è sempre fatto fotografare troppo, forse perché c’era poco da ascoltare.

Il libro curato da Alan Douglas e Peter Neal intitolato Zero (Einaudi pp.264, 22 euro) e dedicato al mito (la musica rock usa il termine mito praticamente per tutto) di Jimi Hendrix è una di queste prigioni moderne, di questo marketing occulto, che viene contrabbandato per tutt’altro: per analisi di un fenomeno musicale, culturale, esistenziale. Zero è un manuale di luoghi comuni, spesso non troppo originali, un altro testo canonico della religione del rock, pieno di informazioni, dettagli, ricordi, digressioni, paradossi, con quel tono che il vecchio J.D.Salinger aveva inventato e pensato alla fine degli anni Quaranta per il suo romanzo più celebre. Ed è per questa religione che ancora oggi possono esistere i Jagger e i Gilmour, e tutti quelli che sono sopravvissuti a loro stessi senza alcuna forma di reale evoluzione musicale e culturale. Non vale per Peter Gabriel o Sting, non vale per molti jazzisti che sono invecchiati cambiando. Mentre nel rock il tempo non esiste. La musica è immobile, intatta, cristallizzata nel momento in cui fu pensata, in cui partì il progetto di una band, o la carriera di un solista.

Non posso negare che alcune pagine siano divertenti in Zero. Ma non riesco a convincermi che abbia un senso. E soprattutto vorrei che la mia generazione, ma anche le due precedenti alla mia, che hanno attraversato quegli anni e quel mondo, liberassero i più giovani dai luoghi comuni sui vari Hendrix, alcuni ancora vivi, che oggi fanno affari con il mito di quel tempo. Con quell’idea psichedelica della creatività che dovrebbe rimanere una roba per vecchietti d’altri tempi.

I miti del rock non invecchiano o perché muoiono giovani o perché si tingono i capelli. E quelli che si tingono i capelli alimentano la leggenda di quelli morti giovani. Restano libri come questo. Restano i padri che consigliano a figli e nipoti di leggere le memorie di Jimi Hendrix, anzichè le Memorie del Sottosuolo o le Memorie di Adriano. Ma questo è il tempo che ci tocca. Un tempo vintage, un tempo dove la creatività non ha futuro. Solo passato. Perché il futuro non ha un mercato sicuro. E dunque non va incoraggiato.

Il sogno di scrivere Cotroneo