Avevo nove anni nel 1970, e mio padre, nel fervore e l’entusiasmo dei mondiali di calcio messicani mi regalo un calcio balilla messo in commercio apposta per continuare il gioco che si vedeva nella televisione, a tarda notte, in bianco e nero. Gli omini potevano cambiare casacca, e simulare le squadre che partecipavano al mondiale. Era un marketing arcaico che metteva assieme un vecchio gioco con la febbre da mondiale. Oggi farebbe sorridere. Ma questi mondiali brasiliani, ormai conclusi, hanno raccontato molto del nostro immaginario, delle nostre delusioni, di come è cambiato il rapporto tra realtà e retorica, immaginazione digitale e verità del mondo.

Da anni le playstation riproducono un calcio che cerca di essere il più vicino possibile a quello trasmesso in televisione. I programmi Fifa hanno i calciatori con le loro facce, hanno i gesti tecnici, e i commenti con le voci dei telecronisti che siamo abituati a seguire durante le partite. Le casacche del calcio balilla erano modelli simbolici, questi vogliono essere modelli reali. C’è una generazione di appassionati di calcio, i più giovani, che giocano spesso alla playstyation e che sono abituati ad associare i gesti tecnici, che avvengono davvero in campo, con la capacità di usare i joystick per renderli, attraverso il gioco virtuale, ancora più spettacolari.

Finisce che c’è un’attesa di spettacolarità del calcio che non ha un riscontro nel calcio reale, come c’è un’attesa di spettacolarità della vita, data dal cinema e dalle serie tv, che non ha un riscontro reale, oltre a un’attesa di bellezza, frutto di photosphop, che non è replicabile nelle foto della vita quotidiana.

Ma l’evento di Brasile 2014 ha raccontato un po’ di cose. Ha messo la realtà in quell’immaginario per cui i giocatori sono tutti forti e potenti. Molti commentatori hanno notato che squadre come il Brasile non mostravano più la gioia, l’inventiva di un tempo e si è visto con il disastro quasi storico contro la Germania. Nessuno si è reso conto che il caldo brasiliano è qualcosa di insopportabile per qualsiasi persona, e soprattutto per gli atleti che devono correre, pensare, agire per almeno 90 minuti. Partite giocate nelle ore più calde per esigenze televisive non possono portare a un buon gioco. Semmai a un tentativo di arrivare in fondo senza crollare.

Ma se questo accade, accade perché il calcio è figlio dell’era digitale, del web, della ripetizione. È figlio di uno show business che vuole spettacolo in ogni caso, che chiede ai calciatori di essere supereroi esattamente come lo sono quelli che appaiono nei videogiochi, e che hanno, curiosa cosa, la stessa faccia e persino le stesse caratteristiche di quelli che giocano davvero. Non c’è più la simbolizzazione, non esistono più le casacche che imitavano le squadre del mondiale messicano e le manopole del calcio balilla. Ora c’è una perfetta identità, la versione digitale di Buffon ha la faccia, l’altezza e il modo di parare di Buffon. E lo stesso vale per Messi, per Neymar per Robben. Da una parte le divinità digitali, capaci con pochi tasti del joystick di fare una rovesciata spettacolare, dall’altra i calciatori veri, con le magliette appiccicate alla pelle per il clima tropicale, esausti e stanchi fino a non riuscire neppure a ragionare, o a tirare in porta con la forza necessaria. Non c’è spazio per troppa fantasia, al massimo per partite tattiche e nervose. L’estro digitale quasi cinematografico, degno di uno story board, che ci si aspetta dalle squadre è irreale e frutto di un’utopia quasi impossibile.

Nel calcio, come nella vita, abbiamo aspettative digitali che naufragano a contatto con la vita vera. Finisce che proprio per questo si diventa feroci e spietati, come bambini incapaci di leggere l’anima e le debolezze umane, abituati a giocare il calcio e a simulare vita e sentimenti attraverso lo schermo di un computer.

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