Sta accadendo una cosa imprevista. L’universo digitale ha aperto spazi esistenziali che prima non esistevano e allo stesso tempo ci rende incapaci di andare in profondità, di tenere fermo il tempo. Abitiamo sempre più degli spazi nuovi, che potrebbero essere pieni di memoria, di desiderio, di storia e di opportunità, ma non sappiamo più come riempire questi nostri luoghi interiori, tutto sembra inadatto e inadeguato. E tutto sembra senza importanza.

Accade per un processo di digitalizzazione del desiderio sempre più evidente, che non vuol dire ovviamente andare su internet e digitare la parola “sesso”. Vuol dire che non esiste più l’attesa tra quello che vogliamo sapere e quello che possiamo sapere. L’accesso alla conoscenza è immediato ma smemorato. Il modo di sfogliare e scorrere i libri digitali non permette salti logici, perché scrollare, andare su e giù per i testi, per quanto lo si possa fare molto velocemente, implica una continuità. Mentre aprire un libro in un punto a caso era quasi una forma divinatoria, con la domanda: quale sarà la prima frase che mi appare?

Non si può aprire un ebook in modo casuale, al massimo si può scorrere. Avere con se, sempre, quello che serve è un appagamento del nostro desiderio di possedere e sapere, ma se un giorno porteremo con noi i nostri libri, non avremo il piacere dell’attesa di rileggere alcuni passi di un testo che dobbiamo andare a ritrovare altrove. Tenendo conto che l’altrove non è una scomodità di un mondo non digitale ma è una scelta filosofica, è attraversare la dimensione dello spazio, è impiegare tempo per tornare.

Nel mondo digitale non c’è il tempo del ritorno. Il digitale ha imprigionato il desiderio nell’immediatezza del presente. Il compimento del desiderio, la pazienza dell’attesa non è soltanto l’essenza del desiderio stesso. È soprattutto generare possibilità, arrivare alla comprensione dell’altro.

Stanno crescendo generazioni che possono chiedere in tempo reale: chiedere parole che arrivino subito, chiedere fotografie visibili sempre, chiedere testi e libri che stanno in luoghi lontani, chiedere musica nel momento in cui la si desidera. In mezzo c’è un tempo con un respiro sempre più corto, perché richiesta e ottenimento coincidono, per merito della velocità della banda larga.

Non si porta con sé nulla di fisico, tutto sta nell’inconsistenza del digitale. Avremo case sempre più vuote di tutto, con pochi oggetti essenziali e avremo archivi digitali invisibili. Avremo spazi che non sapremo come riempire e che non sapremo condividere. La digitalizzazione del desiderio è proprio questo: essere incapaci di renderlo fisico, che sia la virtualità del sesso, che sia la virtualità dei discorsi, la conoscenza reciproca è diventata un continuo mascheramento e al tempo stesso una costante impazienza.

Nessuno attende più di sapere qualcosa, non c’è più alcun luogo dove non possiamo trovare una connessione, e accedere ai nostri dati. Siamo circondati da tutto quello che siamo in ogni istante della nostra vita.

Così aumentano gli spazi abbandonati, come città disabitate; strade che non serve più percorrere, luoghi nostri che restano vuoti, ore della giornata che erano tempo e spazio, pensiero e attesa, ed erano persino conoscenza. Il filosofo Emanuel Levinàs nel 1961 ha scritto un saggio folgorante che si intitolava: Totalità e infinito: saggio sull’esteriorità. Diceva che la totalità è un modo di assimilare l’altro, appropriarsene. L’altro non è solo un individuo, è conoscenza, possibilità, diversità. Il desiderio digitale di possedere tutto, di accedere sempre, è una nuova forma di totalità. Oggi viviamo in totalità invisibili, in totalità che dimentichiamo in fretta, attraverso l’assenza del corpo e degli oggetti. Forse è la nostra condanna.

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