Lui ha sempre avuto questa fisicità: quella di un tagliaboschi, ruvido e corpulento, con un viso che sembra scolpito da un artista espressionista. La faccia antica di uno scrittore tra i più intelligenti, lievi e sofisticati che conosciamo: Milan Kundera. C’è una vecchia intervista del 1978, che si può ritrovare in rete, dove un Kundera ancora abbastanza giovane parla del suo ultimo libro di allora: Il libro del riso e dell’oblio, forse uno dei suoi più belli. Perché è al tempo stesso un libro sul potere, sulla memoria e sui sentimenti. Kundera tra le altre cose dice che «la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio».

Non sappiamo se Larry Page, fondatore con Sergey Brin di Google, abbia mai letto un libro di Kundera, e questo in particolare. Sappiamo che non si somigliano. Kundera è un vecchio orso, Page è un giovane vincente e sorridente, con un patrimonio di circa 23 miliardi di dollari. Ma un filo li unisce: è il filo dell’oblio. In questi giorni la società di Mountain View ha cominciato a cancellare i link di coloro che hanno fatto richiesta. Si chiama: diritto all’oblio. Dopo una sentenza della Corte dell’Unione Europea dello scorso 13 maggio, si può chiedere di eliminare i dati personali dal motore di ricerca, compilando un apposito modulo online. Lo si fa quando certe informazioni possono essere irrilevanti, obsolete e inappropriate. Page, che di Google è anche amministratore delegato, ha istituito una commissione per capire quali richieste possono essere accolte, ma già ora sono decine di migliaia. È delicato, difficile, ma è del tutto inverosimile che le richieste possano essere valutate caso per caso. E soprattutto è praticamente impossibile avere una coerenza e una trasparenza assoluta nelle decisioni.

In questo mondo di informazioni dilaganti e incontrollate l’oblio non fa paura, anzi, viene letto come un punto di arrivo, un sollievo dalla ridondanza. Ma nessuno ricorda le parole di Kundera, che ha passato una vita a raccontare la memoria, la storia, il ricordo, ad attraversare il tempo nei suoi romanzi dandoci un’idea precisa di cosa possa significare cancellare informazioni, attraverso i link. Ci sono casi per cui il diritto all’oblio è sacrosanto. Quando restano informazioni personali che non hanno più motivo di essere: ad esempio chi ha scontato una pena ed è riabilitato non ha piacere che rimanga sul web il suo passato. Ma il resto è un braccio di ferro con il potere: il potere di togliere, il potere di trasformare la storia, quello che è stato, in un oblio che non è silenzio e benessere ma è la fine dell’identità. Kundera dice: «L’io è la somma di ciò che abbiamo nella nostra memoria». Dimenticare è una sventura, migliaia di persone che chiedono di togliere e cancellare fanno paura. Anche quando possono esserci delle buone ragioni.

Il modulo di Google, in linguaggio burocratico, dice: «durante l’implementazione di questa decisione, valuteremo ogni singola richiesta e cercheremo di bilanciare i diritti sulla privacy della persona con il diritto di tutti di conoscere e distribuire le informazioni. Durante la valutazione della richiesta stabiliremo se i risultati includono informazioni obsolete sull’utente e se le informazioni sono di interesse pubblico, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali».

Ben che vada sarà un lavoro gigantesco, e quel tentativo di “bilanciare” non tiene conto che la memoria, e questo lo sanno bene gli scrittori, è una continua alterazione degli equilibri, un ingrandire dettagli, un modo di vedere il mondo da punti di vista eccentrici e talvolta paradossali. Il diritto all’oblio può sembrare una via di uscita per ritrovare una privacy sempre più minacciata. Ma non bisogna dimenticare che trattenere il ricordo è premessa indispensabile di verità, indentità e storia.

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