Avanza una nuova categoria culturale. Figlia dei social network. È quella del cafone digitale. Il cafone digitale non è uno che disturba sui social network, e tantomeno uno che utilizza twitter o facebook per infastidire le persone. Quelli sono stalker e rientrano in un’altra categoria: ti insultano, spesso coperti dall’anonimato. Li si può incontrare e bloccare.

Il cafone digitale è uno molto più raffinato. Di solito non frequenta facebook, e ritiene twitter il social più interessante. Perché ci sono i vip, i personaggi pubblici, perché twitter ha una nobiltà comunicativa che facebook si sogna. D’altronde il papa non ha un account facebook, ma ha un account twitter. E lo stesso vale per Barack Obama, per Matteo Renzi, e via dicendo. Twitter gli appare come una vetrina. Non ci sono amici su twitter, ma seguaci, e i seguaci per definizione devono pendere dalla tua tastiera. E siccome twitter è di fatto paratattico, devono pendere da una tastiera veloce e secca, da un hashtag fulminante, da una battuta che ti porterà una visibilità che neanche potevi immaginare.

Il cafone digitale teorizza. Scrive cose fortemente d’impatto. Commenta la politica. Le riforme, e i talk. Retwitta e aggiunge ai preferiti tutti quelli che contano. E soprattutto segue i personaggi noti. A sua volta è scarsamente seguito. E spesso si ripassa i follower per vedere se qualcuno di quelli importanti ha incominciato a prenderlo in considerazione.

È un social network climber. Le cene mondane, dove mostrare tutto il suo acume, sono sostituite dalla bacheca e dai follower, che sono un po’ come le figurine. C’è chi aspira a un segui di Fiorello o Jovanotti, chi ne vorrebbe uno di Marco Travaglio, chi uno di Matteo Renzi.

Il cafone digitale li menziona tutti. Appena può interviene in una discussione, in un tweet e aggiunge un’opinione, una battuta, un dettaglio. Sperando in una risposta. Ma dà il meglio di sé nella visione del mondo. Commenta tutto. È felice di quello che fa. E informa di continuo dei suoi progressi. Racconta i suoi gusti, i suoi dischi, i suoi libri, e i suoi film. Se quando aveva sedici anni amava i Pink Floyd, post dopo post elenca i brani che hanno scandito la sua adolescenza. I suoi libri preferiti vengono elencati come fosse Harold Bloom e dovesse stabilire il canone della letteratura. Ma il meglio lo dà sulle citazioni dotte, e sui film. Soprattutto sugli spezzoni di film. Passa dalla giungla di Apocalypse Now al Cuore di Tenebra di Conrad. Cita Casablanca e Una giornata particolare come rievocasse private storie di famiglia. Mostra competenze enciclopediche a ogni evento globale.  Nel calcio, dove il modello ormai per tutti è Federico Buffa, ha nostalgie di mondiali passati, e i suoi post fanno riferimento, al divano a fiori mezzo sfondato dove gridò il tre volte campioni del mondo nel 2006. È in grado di produrre battute spiritose su almeno gli ultimi venti festival di Sanremo. E naturalmente fare ironia sui testi come fosse l’Umberto Eco di Diario Minimo.

Il cafone digitale rimastica modelli culturali di cinquant’anni fa. Mescola l’alto e il basso come si faceva negli anni Sessanta, va in visibilio per la cultura pop come si faceva nei primi Settanta. E posta musica anni Ottanta come la conoscesse solo lui. La cafona digitale, di solito over 40, passa il tempo a stabilire la classifica dei più fighi del web (fingendo un distacco poco credibile), tra attori, calciatori e cantanti, inframmezzando dotte disquisizioni sugli adduttori con citazioni di Ceronetti, Cioran, Ripellino e parte del catalogo Adelphi o Einaudi. Oltre naturalmente a piazzare qualche retweet dal New York Times o da Chris Anderson.

Il cafone digitale non sempre è un parvenu, alle volte è un demi-parvenu. È uno che c’è, che scrive sui giornali, che conosce, che ha posizioni buone di tipo professionale, e una discreta visibilità, ma gli manca l’aforisma giusto, il colpo di reni che farebbe esclamare un perbacco a Roberto Calasso o ad Alberto Arbasino. Che naturalmente non stanno su twitter.

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