Il mondo della rete, il web, non è un mondo di oggetti, ma è un mondo di immagini di oggetti. Non è un mondo a tre dimensioni, ma quando va bene simula le tre dimensioni. Non è un mondo fisico, evoca il mondo fisico. Il mondo della rete, del web, è tante cose: lavoro, tempo libero, interessi culturali, socialità e gioco. Ma nessuna di queste cose ha una sua consistenza, una sua realtà fisica. Fin qui niente di nuovo certo. Ma finchè continuiamo a muoverci tra immagini e parole, tra rappresentazioni delle persone, tenendo  a debita distanza le persone reali, finché i giochi dei nostri figli non si potranno toccare, maneggiare con cura, noi non avremo la possibilità di capire la fragilità delle cose, di tenere tra le mani oggetti che possono rompersi: dal vaso prezioso che ha più di duemila anni alla bambola con il viso di ceramica.

Tutto quello che passa per la rete non prevede schegge e frantumi, non ha un interno che possiamo scoprire andandolo ad aprire per capire come è fatto dentro. Tutto quello che passa per la rete si può inter-rompere, non si può rompere. E hai voglia a dire che anche i cestini sugli schermi dei computer simulano un foglio di carta che si accartoccia. Tutti sappiamo che è solo sheumorfismo, ovvero una simulazione digitale di qualcosa che esiste nella realtà, e non ha niente a che vedere con l’appallottolare un foglio di carta, usando le cinque dita della mano e gettarlo, sbagliando anche mira, nel cestino in fondo alla stanza.

Non si rompe niente e si interrompe tutto. Ma l’interruzione non è distruzione, al massimo è oblio. Ciò che si può interrompere non ha a che fare con la fragilità ma ha a che fare con l’eternità delle cose. Se butto un foglio in un cestino, so bene che passerà l’impresa di pulizia e lo distruggerà, e so che sto decidendo di perdere quel foglio in una maniera definitiva. Se rompo un giocattolo con rabbia o con divertimento, e lo faccio perché non mi stimola più oppure voglio capire in che modo è stato costruito, sto alterando in modo indiscutibile quell’oggetto, sancendo la sua fragilità. Se invece la rottura di qualcosa è fortuita e involontaria, posso esserne dispiaciuto e colpito, sapendo che il danno è irrimediabile, o invece tentare un salvataggio in extremis incollando frammenti e parti dell’oggetto per renderlo ancora esistente. Ma è ovvio che non sarà più lo stesso oggetto, e i segni della sua fragilità saranno evidenti e chiari, come ferite di guerra.

Per generazioni si è vissuto in un mondo dove gli oggetti erano fragili. Gli occhiali avevano lenti in vetro che si rompevano al primo movimento maldestro, e gli oggetti della vita quotidiana avevano un punto debole, andavano maneggiati con cura, sennò rischiavano di perdere la propria funzionalità. Poi l’invenzione dei materiali plastici ha dato un senso di indistruttibilità al mondo. Ma restava comunque una percezione della fragilità che oggi è per buona parte perduta.

La fragilità è ormai solo delle parole. Si rompono equilibri con le parole, si evidenziano pecche e incongruenze nello scrivere e nel parlare, si spezzano sodalizi, amori, collaborazioni lavorative con le parole, si ricevono parole e le si temono, e si inviano parole. Lo psichiatra Eugenio Borgna ha appena pubblicato per Einaudi un breve saggio sul rapporto tra parole e fragilità intitolato: La fragilità che è in noi. E cerca di chiedersi perché oggi la fragilità sia parola abusata ma anche l’unica che riesce ad arrivare fino al fondo di un mondo che ostenta una solidità digitale indistruttibile. Tutto resta, niente si cancella. Un mondo che non rende evidenti le nostre fragilità, ma al massimo interrompe la nostra volontà di potenza. Invece la fragilità è una virtù interiore che può salvarci dall’eternità della rete. Salvarci dalla presunzione che tutto possa rimanere sempre e comunque, perché il mondo digitale della rete ha generato un paradosso: che tutto si crea ma nulla si distrugge.

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Il sogno di scrivere Cotroneo