Può essere un disastro culturale, e potremmo accorgercene quando ormai sarà tardi. Il disastro culturale sta nella ripetizione, nel bombardamento epico di qualsiasi cosa avvenga davanti a uno schermo. Cosa intendo per bombardamento epico? Intendo quel portare al paradosso ogni gesto, ogni informazione, ogni sequenza di una serie, di una fiction: quell’idea di rendere tutto sempre e comunque degno di immortalità, con quella presenza continua di musiche di sottofondo, spesso percussioni, che esasperano l’idea della battaglia, della tensione narrativa, della sfida.

Ormai è tutta una sfida: continua, incessante. Si è cominciato qualche anno fa con le sfide sportive. Lo sport, che da sempre è un surrogato della guerra, si prestava a racconti epici di gesta inimitabili. Poche cose all’inizio, entrate nell’immaginario popolare: la partita Italia-Germania 4-3 dei mondiali del 1970, il grido di Marco Tardelli alla finale del 1982, per fare un esempio. Immagini accompagnate da una scrittura densa, che non rispecchiava la realtà delle cose ma che diventava efficace per raccontare mitologie che piacevano tanto.

Lentamente quelle poche gesta sportive che avevano generato gioia ed entusiasmo a livello popolare, potevano essere esportate, con la stessa enfasi in qualsiasi gesto atletico. Lo sport di Sky, soprattutto il calcio, con colonne sonore adeguate, effetti grafici spettacolari, poteva trasformare anche il gol più fortunoso e meno emozionante in un gesto epico senza precedenti. Merito della ripetizione continua e ossessiva. Merito di un’estetica cinematografica applicata all’informazione: sportiva o di attualità poco importa.

Sono bastati pochi anni perché tutto questo si estendesse a dismisura: ai servizi giornalistici che si ripetono in loop continuamente, alle fiction, o alle serie televisive, dove la verità sta nella ripetizione costante di gesti e stilemi, che fingono verità, ma in realtà è solo una verità sintetica, un imbroglio. Basta guardare la serie Gomorra, dove è grottesco il modo di raccontare la violenza. Una sorta di western all’italiana senza ironia, senza distacco, con i sottotitoli dal napoletano, che vogliono indicare realtà e verità, proprio perché non c’è realtà e verità.

In questa continua retorica dei gesti, in questo affannarsi a garantire autenticità c’è un’ideologia micidiale e sviante. La lezione di Leni Riefenstahl non è mai stata così attuale. Tutto è nel segno del paradosso: le serie tv, le fiction formato famiglia, le notizie, che sono una coazione a ripetere, e tutto lo sport. Sono guerre: guerre di potere nelle serie che si importano dagli Stati Uniti, guerre di malavita in quelle nostrane, guerre di notizie, guerre sportive combattute fino all’ultimo gesto atletico, guerre di politica, di economia e finanza. Il mondo come rappresentazione della guerra: un mondo di gladiatori dopati supportato da linguaggi, immagini e montaggio che riprendono i modelli degli spot pubblicitari di 20 anni fa.

I linguaggi si adeguano: aggressivi, sintetici, privi di reali argomentazioni. Adesso con il web non hai neppure la possibilità di perderti qualcosa. I film iniziano quando vuoi tu, l’informazione è continua, quello che ti perdi lo rivedi. E spesso lo rivedi sul web continuando a guardare la televisione.

Questi nostri anni chiedono di tenere sempre alta la tensione emotiva. Una strategia della tensione emotiva che si basa sulla retorica della ripetizione, utile a vendere prima di tutto un’idea del mondo. Un mondo dove non si potrà più dire: «ho sentito che… mi hanno parlato di… ho immaginato che…». Un mondo senza spazi di libertà dove non è più possibile sognare. Perché i sogni ormai hanno colonne sonore, immagini sature, montaggio alternato, ritmo e ripetizioni ossessive: sogni epici, retorici, guerreschi, narrazioni gonfiate, agli estrogeni, come i polli allevati in batteria. Bisogna cominciare a difendersi, prima che sia troppo tardi.

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Il sogno di scrivere Cotroneo