Ci sono delle volte che ti metti a leggere senza un pensiero preciso. Senza un’idea. Prendi un libro, conosci l’autore certo, ma è un libro che non sai dove potrebbe portarti. Lo fai anche un po’ perplesso, hai dei dubbi sul titolo, sulla copertina, sul fatto che un’opera di narrativa abbia delle illustrazioni. E aspetti. Cominci, e mentre leggi ti appassioni. È quello che mi è accaduto con questo nuovo libro di Stefano Benni, intitolato Pantera, pubblicato per Feltrinelli e illustrato da Luca Ralli (pp.106, 12 euro).

Resto un purista, uno di quelli che appena vedono le immagini in una storia narrativa si sentono defraudati da qualcosa. Non perché le immagini siano brutte o mal scelte, ma perché i personaggi li voglio immaginare io, con le facce che decido io, negli ambienti che piacciono a me. E se un illustratore mette sulla pagina i suoi ambienti, i suoi volti, le sue luci, i suoi oggetti mi toglie una parte importante della lettura. Per cui ho aperto Benni, che generalmente mi piace leggere, e mi sono detto: vediamo.

Pantera è un libro breve, sono due racconti, il primo dà il titolo al libro, il secondo è “Aixi”, e dico subito che il racconto “Pantera” è di una bellezza narrativa travolgente. Il secondo è poesia, è commovente, delicato, intenso, importante, ma niente di paragonabile con il primo. Inoltre devo dire che i disegni di Luca Ralli sono perfetti, non solo non mi hanno tolto la possibilità di immaginare, ma al contrario, hanno esteso ancora di più la forza del racconto, come se le parole di Benni non fossero altro che la sceneggiatura di un fumetto scritto da Benni

“Pantera” è poi l’immaginario di tutto, l’hortus conclusus del sogno. È una favola vera e propria, dove al posto del castello incantato c’è un sordido locale, l’Accademia dei Tre Principi”, di avanzi di galera dove si gioca a biliardo, dove al posto della principessa c’è una giocatrice supponente e cattiva, che tutti chiamano Pantera, ma al secolo si chiama Maria, dove chi capisce tutto del gioco del biliardo è un uomo cieco che il narratore chiama Borges, e dove il resto della fauna è costituito da gente con soprannomi da malavita marsigliese, o da canzone di Paolo Conte, come Tamarindo o Tremal-Naik, e con sembianze da fumetto noir degli anni cinquanta.

Ma Benni nel suo raccontare le sfide a biliardo, e nel suo seguire con nitidezza il destino di questa giovane donna, fino al momento in cui giocerà con l’inglese, riesce a far scintillare le parole come fossero un vecchio mobile di legno scuro, pieno di inserti di ottone che qualcuno ha lucidato da poco. In quelle atmosfere scure, fumose e catarrose, tra bicchierini di cattivi liquori, e una fauna di giocatori perlomeno impresentabile, in quella sorta di aristocrazia dei poveri che è il Bar Accademia dei Tre Principi, si svela un destino possibile che però non si compirà mai. Quell’attimo di eternità che nessuno sa e può cogliere, Stefano Benni fa a dire a Borges, il suo personaggio: «Questo posto è pieno di ricordi, di rimpianti, di desideri spenti. Cerchiamo di dimenticare giocando che c’è un gioco più grande di noi, e a questo gioco molti di noi hanno perso qualcosa, o tutto. Ma qualcosa ci fa tornare qui, ci tiene insieme».

Questo racconto è breve, denso e ti rimane impresso. Soprattutto per il modo di descrivere e di raccontare, per la nitidezza dei movimenti, per il modo in cui ti incide gli eventi nella memoria, come fosse un bassorilievo narrativo in cui ogni dettaglio e raccontato con un tratto di penna immediato.

Diverso il discorso sul secondo racconto. Se “Pantera” è un bianco e nero meraviglioso, “Aixi” è un sogno colorato. È il sogno che si fa strada attraverso il dolore. È un azzurro che invade tutto, come se soltanto il colore del mare possa invadere la vita e trasformarla in una speranza. La bimba con il padre poverissimo e pescatore ammalato di cancro è ben raccontata. Ma è più facile, più commovente, meno brusca. Anche se altrettanto bella.

Questo piccolo libro è l’esempio che scrivere è ancora un’arte di gente che sa guardare il mondo. E immaginare tutto quello che nessuno è capace di vedere. Ed è proprio una bella lettura.

Il sogno di scrivere Cotroneo