David Emm è Senior Researcher della Kaspersky Lab, una delle più importanti aziende antivirus del mondo. Qualche giorno fa Emm ha lanciato una specie di allarme: «Non sappiamo più dove stanno i nostri dati, tra cloud, servizi web e applicazioni stiamo perdendo la loro traccia e il controllo». Emm è un esperto di sicurezza in rete. E quindi si preoccupa che nessuno possa accedere o distruggere i nostri dati. Ma chi studia la filosofia del web si accorge che sta accadendo qualcosa di impensabile. E che va spiegato bene.

Sono sempre meno le persone che si interrogano davvero su quanto la rete stia cambiando la nostra percezione del mondo. L’abitudine a muoversi nel digitale dà per scontato tutto. Se anche solo dieci anni fa raccontavi a qualcuno che quello che hai di più caro lo tieni su una nuvoletta che ti segue ovunque, probabilmente venivi mandato da un bravo psichiatra. E invece oggi è così. Il cloud ci segue, molti dati li regaliamo ad applicazioni, molti altri li poggiamo sui social network in attesa di utilizzarli quando sarà il momento. I dati di questi cloud non soltanto sono attaccabili dagli hacker, come giustamente fa notare David Emm, ma interagiscono tra loro. Si influenzano, si intrecciano, in un modo inimaginabile.

Utilizzo il verbo intrecciare non a caso. In inglese parlerei di entanglement. Ma se parlo di entanglement e qualche fisico mi sta leggendo perlomeno alza un sopraciglio. È un termine introdotto nel 1935 da un signore che vinse un premio Nobel per la fisica e che si chiamava Erwin Schrödinger. Non era un tipo facile, neanche nelle cose che diceva. L’entanglement è un fenomeno della fisica quantistica. Dice, semplificando molto, che due sistemi possono entrare in relazione, ed essere dipendenti uno dall’altro anche se sono separati, anche in luoghi diversi. Questo fenomeno ha portato negli anni – tra le altre cose – a immaginare che possa essere possibile il teletrasporto. Quantistico ovviamente, non certo quello che permetterebbe di smaterializzare un corpo e trasferirlo dall’altro capo del mondo. Bene, l’intreccio, la possibilità di influenza dei dati e la non localizzazione fanno parte di una teoria della fisica tra le più enigmatiche e misteriose, ma sono anche tipiche dei Cloud con cui conviviamo ogni giorno.

Se voi andate alla pagina del dipartimento di Filosofia della Columbia University a New York scoprite che lì insegna David Z. Albert. Un suo libro, pubblicato anche in italiano più di vent’anni fa presso Adelphi, e intitolato Meccanica quantistica e senso comune, è forse tra i più inquietanti trattati sulla nostra realtà che si possano leggere. Al punto che il libro inizia in questo modo: «Quella che mi accingo a raccontare è una storia sconcertante… la meccanica quantistica resta, nei suoi fondamenti concettuali, un enigma inquietante».

L’enigma è proprio su come interagiranno e cosa succederà dei cloud: di quelle nuvole in cui mettiamo fotografie, dati, testi, le nostre mail, messaggi, chat, e le agendine telefoniche, ma anche l’elenco dei libri che compriamo su Amazon e della musica che scarichiamo da iTunes. Quale mondo uscirà da questo? Come cambierà l’uso dei dati? E come i dati si influenzeranno l’uno con l’altro? E poi, con quale sicurezza? Ma soprattutto: come saranno utilizzabili e archiviabili i nostri dati?

Nel film kolossal del 2012, Cloud Atlas firmato dai fratelli Wachowski (quelli di Matrix) un personaggio dice: «Ogni crudeltà, ogni gentilezza che compiamo, formeranno il tracciato delle nostre prossime vite. Perché tutto è connesso». Sembrerà bizzarro ma da qualche parte, in un non luogo che comincia a preoccupare anche gli esperti di sicurezza, i dati finiranno per intrecciarsi. Ma per arrivare dove? Per generare cosa? Nei film di fantascienza per determinare le nostre vite, per i fisici-filosofi per confermare certe teorie della fisica quantistica, per i comuni mortali c’è solo la preoccupazione di non perdere tutto e dover ricostruire l’album delle vacanze o l’agenda del telefono. Ma tra la teoria quantistica e la normale quotidianità c’è un filo sottile ed enigmatico che è l’unico a cui possiamo aggrapparci per capire dove stiamo andando.

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Il sogno di scrivere Cotroneo